Il thriller “maledetto”

Nel 2006 uscì, per Fazi editore, “Un assassino qualunque”, il mio primo romanzo. E’ un thriller duro e cupo, forse difficile. Molti lettori non sono riusciti a finirlo, altri non hanno dormito, e fra questi anche esperti del genere. A quelli che sono arrivati alla fine, però, è piaciuto. Ricordo con emozione il momento in cui cominciai a scriverlo. Mentre mi scervellavo per trovare le parole dell’incipit, non potevo immaginare che il destino mi avrebbe riservato non solo la pubblicazione di quel libro, da molti considerato “maledetto”, ma anche di altri sei. Ricordo bene quegli attimi. Se dovevo scrivere, dovevo buttare giù qualcosa destinata a essere pubblicata, perciò mi impegnai al massimo in un’avventura dai contorni surreali. Cominciare con questa prospettiva fu un’emozione talmente forte da restare indelebilmente bloccata nelle sinapsi che univano i miei neuroni. Ancora non avevo cinquant’anni. Era una sera del febbraio 2004, fuori pioveva. Nella stanza c’erano solo una lampada da tavolo, lo schermo azzurrino di un vecchio pc e i miei fantasmi. Cominciava così:

Fra il 1984 e il 2000 l’Italia fu teatro di una serie di omicidi di cui furono vittime dieci bambini. La mano che operò questa strage fu quella di un assassino efficiente e lucido. Per dargli un nome e un cognome vennero attivate molte e sofisticate indagini, eppure nessuna di esse si dimostrò efficace. Il criminale si era infatti ritagliato un campo d’azione vasto e difficile da controllare: tutto il territorio nazionale. Nonostante l’Italia fosse ormai entrata a pieno titolo nei primi posti della classifica dei paesi colpiti dagli omicidi serialicosa che spesso le cronache nazionali e locali non mancavano di sottolineare, stampa e opinione pubblica seguirono il crescendo di quei delitti con malcelato nervosismo. Un giornalista particolarmente creativo soprannominò l’assassino “il Ratto”, nome che poi gli rimase appiccicato. Negli anni in cui agì, centinaia di segnalazioni, anonime e no, giunsero a procure della Repubblica, squadre mobili e nuclei operativi. L’UACV, l’Unità per l’Analisi del Crimine Violento, lo SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, e il ROS, il Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei carabinieri, crearono al loro interno nuclei investigativi speciali con l’esclusivo compito di dare la caccia al maniaco. Esiti: zero, anche se in qualche occasione si credette di aver raggiunto dei risultati. Nel 1995 i crimini del Ratto costarono il posto al prefetto Claudio Barrasca, direttore centrale della Polizia Criminale del dipartimento della Pubblica Sicurezza, e a un certo numero di funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri che vennero trasferiti in reparti non operativi a causa della loro inefficienza. Per una serie di ovvi motivi la gente si convinse che il Ratto non poteva non essere affetto da una qualche patologia mentale.  

A tutto questo è necessario aggiungere tre cose.

            La prima è che il Ratto fu molte cose, ma non uno psicolabile.

La seconda è che qualcuno seppe quello che davvero c’era da sapere sul conto dell’assassino.

La terza è che questa storia ebbe inizio nella Germania del nord, in un plumbeo febbraio dell’82.

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