Il thriller maledetto/2

Avevo 48 anni e, dopo decenni di trame create in segreto, pensai di essere pronto a scrivere seriamente un noir. Con la maturità acquisita a quell’età forse potevo farcela. Ma questa era solo una parte del problema, perché se lo avessi davvero scritto, quell’ipotetico romanzo dovevo anche pubblicarlo, cosa difficile. Le case editrici ricevono centinaia di manoscritti inediti al giorno, quindi bisognava colpire chi l’avrebbe letto, altrimenti sarebbe finito nel cestino. Dovevo scrivere qualcosa di forte, insomma. Quale poteva essere il tema giusto? Rimuginando, ricordai un’indagine del 2000 che mi aveva scosso. La Polizia postale aveva individuato e smantellato un sito russo che vendeva video pedofili in mezzo mondo. I filmati andavano da riprese di bambini nudi fino ad allucinanti snuff movies in cui dei piccoli venivano realmente uccisi davanti alla telecamera con le modalità richieste dai “clienti” (anche le più atroci), bastava pagare. Amo i bambini, e l’idea di gente che fa loro del male mi fa impazzire, come fa impazzire molti. Decisi che era quello il tema da trattare, anche perché, come sempre, desideravo che vi fosse una finalità sociale, che nel caso era far capire ai lettori che i pedofili non hanno le orecchie a punta e i denti aguzzi, ma sono fra noi. Avrei scritto un romanzo su un serial killer, perciò. Si sa che gli assassini seriali sono un classico nel mondo thriller, e il mio sarebbe stato un serial killer di bambini con l’hobby di guardare gli snuff movies russi. Poi, un giorno mi venne in testa un fenomeno pseudo-scientifico che ho utilizzato anche nel recente “Storia di una figlia”, la memoria genetica. Nel ’95, guardando la mia bambina di venti giorni sorridere nel sonno, mi ero chiesto “perché sorride?” Quali ricordi, quali memorie poteva avere una bambina appena nata? Da lì nacque la “memoria genetica”, un fenomeno scientifico verosimile ma non empiricamente provato. In un romanzo sarebbe stato affascinante. Se la storia che intendevo scrivere volevo fosse davvero indimenticabile, però, era anche necessario suscitare nel lettore la rabbia . Scelsi perciò di rappresentare la collera che nasce quando ti senti impotente davanti a poteri contro cui non puoi nulla, e optai per il potere politico. Fusi insieme questi elementi e nacque la trama di questo primo romanzo, e ora capite perché lo definisco “maledetto”: ha un plot estremamente inquietante. Scelsi un titolo grottesco: “Un assassino qualunque”, il contrario di ciò che davvero è il protagonista. La storia di Emanuele Rode, detto “Il Ratto”, inizia nel febbraio del 1982, in una Amburgo gelida e altera:

Amburgo, 5 febbraio 1982. Venerdì

Se Emanuele Rode avesse immaginato quello che sarebbe accaduto, probabilmente non avrebbe preso posto a bordo dell’MD Super 80 della Lufthansa che la sera di un livido venerdì invernale stava per atterrare all’aeroporto internazionale di Amburgo. Erano le prime ore dopo il tramonto, e il cielo grigio della Germania del nord si stendeva sulla città, avvolgendola in una cappa di nebbia fredda. Una giornata da dimenticare.

Mentre gli abitanti sfidavano il gelo affollando a cena le eleganti Gasthäuser affacciate sui canali dell’Alster, un nano con l’espressione dura e un individuo più grosso dai tratti mediorientali scesero da una Golf parcheggiata alla meglio sulla Holzdamm. I due si alzarono i baveri dei giubbotti di pelle, fecero qualche passo ed evitando di dare troppo nell’occhio entrarono nell’Istanbulschmuckstück Café, un bar situato sulla Ernst-Merck-Strasse, di fronte alla stazione ferroviaria nord della città.

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