IL THRILLER MALEDETTO/4 (SEGUE)

La mia strada era segnata. Grazie a Marilina, nel 2004 continuai a scrivere il romanzo che poi sarebbe diventato “Un assassino qualunque.” Fu un’impresa difficile. Dovetti studiare le perversioni sessuali, approfondendo in particolare la pedofilia. Studiai l’ipnosi regressiva, elaborai le possibili evoluzioni di un giornalista che prima diventa sindaco e poi ministro; cercai di capire come opera uno psichiatra per introdurre il personaggio di Gregor Pozza, che poi ho ripreso in “Storia di una figlia”. Studiai a fondo Amburgo e la oscura zona a luci rosse che la connota. Fu necessario entrare nella testa di un pedofilo assassino, e non fu bello. Il mio carattere empatico mi consente di entrare nei personaggi, ma poi – per fortuna – me ne fa uscire velocemente. Fu anche necessario impazzire per dare una logica a una trama che, a un certo punto, sfuggiva da tutte le parti. Alla fine comunque quel romanzo lo scrissi. Il titolo era “Quell’inutile cielo.” Adesso c’era da pubblicarlo, e se scriverlo era stato difficile, sapevo che pubblicarlo sarebbe stato quasi impossibile. Ma sono un tignoso, dovevo provarci. Lo feci stampare a pagamento e lo inviai a pioggia alle case editrici, ma la risposta di tutte fu ovviamente la più classica: “Il suo romanzo ha ottime potenzialità, ma ci dispiace ecc. ecc. ecc.” “No” da tutte le parti, quindi. Poi il libro finì nelle mani di un collega, Silio Bozzi, che sempre ringrazierò, e questo è stato il primo dei colpi di fortuna che ha connotato la mia “carriera” di autore: Silio ebbe l’idea di mandarlo allo scrittore Marco Vichi, che conosceva. Vichi lo lesse e mi diede dei suggerimenti: il romanzo era grezzo, non avevo mai fatto un solo giorno di corso di scrittura né mai era passato attraverso un editor. Marco però vi colse degli aspetti positivi. Modificai il romanzo seguendo i suoi consigli e glielo rimandai. Per mesi silenzio assoluto, perciò vedevo le mie speranze naufragare, quando una domenica Vichi mi chiama: “La Fazi mi aveva chiesto un thriller da pubblicare. Gliene ho mandati cento, fra cui il tuo. Mi hanno chiamato poco fa, e fra tutti vogliono pubblicare proprio il tuo. Posso dargli il tuo numero di cellulare?” Capito? Fra un centinaio di thriller la Fazi aveva deciso di pubblicare il mio. Da lì cominciò tutto. Viaggi a Roma, l’editing micidiale di Massimiliano Governi e Alessia Polli (fu traumatico, distrussero il romanzo e lo rimontammo insieme, ma fu proprio grazie a quell’editing feroce che capii come diavolo si narra una storia thriller di 300 e più pagine). Cambiai il tiolo e “Quell’inutile cielo” diventò “Un assassino qualunque”. Arrivarono la pubblicazione, i festival, le presentazioni, il premio Franco Fedeli, i contatti con la traduttrice tedesca e quella spagnola, i convegni, le mail dalla Colombia e dall’Inghilterra. Arrivò Alan D. Altieri, grande sceneggiatore e romanziere, poi diventato un caro amico e mio mentore letterario, che volle pubblicare il romanzo nel mensile del Giallo Mondadori, di cui era direttore. Da lì cominciò questa seconda (o terza, o quarta?) vita, e oggi, dopo 15 anni posso dire: “Sono ancora qui.”

Una chicca. Chi conosce Renzo Bruni sicuramente si divertirà a leggere la “nascita” di Antonio Lami in “Un assassino qualunque”. PS: se chi vuole scrivere un libro volesse dei suggerimenti, può scrivermi qui su Facebook o sul sito/blog http://www.piernicolasilvis.com. Ora, però, ecco la prima scena di Lami:

Antonio Lami entrò con il suo solito fare deciso. Aveva quarantatré anni e non era particolarmente alto, ma possedeva un fisico roccioso che lo faceva assomigliare a un antico romano, almeno nel senso in cui gli uomini moderni immaginano dovessero essere gli abitanti dell’antica Roma. Aveva la mascella squadrata e gli occhi piccoli ma espressivi, dolci in alcuni momenti, aspri in altri. La voce era profonda e virile, e le sue labbra, né carnose né sottili, si incastravano perfettamente in quel viso proporzionato e simmetrico. Parlava poco e in modo calmo e studiato, senza gesticolare. I suoi discorsi erano talmente secchi e decisi da sembrare sentenze. Un tempo era stato un giovane idealista, poi era passato a lavorare per la Presidenza del Consiglio. Aveva i capelli brizzolati e corti, ma non di taglio militare.

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