LA CATTURA DEL BOSS/1

Dopo il discreto successo dell’inquietante “Un assassino qualunque”, il problema fu: cosa scrivo adesso? Non potevo commettere sbagli. Era il 2007 e un giorno, parlando con l’editore, venne fuori il discorso di quando, il 6 settembre del 1992, catturammo il numero due di Cosa Nostra Giuseppe “Piddu” Madonia. Era il vice di Riina, latitante da anni ed era ricercato per le recenti stragi Falcone e Borsellino e per la maggior parte degli omicidi di Cosa Nostra. D’altronde, per il livello gerarchico altissimo che aveva nella cupola mondiale dell’organizzazione, non poteva non esserne corresponsabile. Raccontai all’editore l’operazione, ma non immaginavo che in quel momento la domanda su cosa scrivere dopo “Un assassino qualunque” avrebbe avuto la risposta. È vero, le fasi della cattura del boss erano assolutamente e totalmente cinematografiche, solo che non erano tratte da una fiction: erano realtà. L’editore si entusiasmò e mi chiese di scrivere quello che gli avevo appena raccontato, ma la richiesta mi spiazzò. In primo luogo perché non amo parlare delle mie cose, ho pudore dei miei momenti difficili, e vi posso assicurare che, al netto delle fascinazioni cineromanzesche, la cattura di Madonia ci fece passare dei quarti d’ora estremamente complicati e  assai poco affascinanti. Credetemi, una cosa è leggere un romanzo di Don Winslow o guardare una serie Netflix, un’altra è mettere il colpo in canna alla tua Beretta cal. 9 parabellum e dare il via a un blitz in cui sai che ti troverai davanti dei mafiosi che probabilmente  – di questo eravamo abbastanza sicuri – ci avrebbero puntato le armi addosso. E poi, a dire la verità, dopo “Un assassino qualunque” avrei voluto scrivere un’altra storia fiction noir. L’entusiasmo dell’editore però mi convinse e la cattura del boss diventò un libro pubblicato con il titolo “L’ultimo indizio”. Sembra una storia di Renzo Bruni, è vero. Ma lì c’ero io, non lui. Tutto iniziò così:

(Da “L’ultimo indizio”, Fazi 2008)

Ero in spiaggia, seduto a un tavolino del bar. Ero solo.

Sorseggiando un caffè shakerato guardavo l’orizzonte meditando su cose più o meno futili quando d’istinto, senza un motivo preciso, mi concentrai sul sole. C’era qualcosa che non andava, lo sentivo. Non era più quello dell’estate dei balli di gruppo e delle chiacchiere in riva al mare tirate fino al tramonto, magari con una caipiroska in mano. Non c’era da meravigliarsene, in fondo. Eravamo alla fine di agosto e i giorni del lavoro e delle nebbie padane stavano per ritornare, puntuali e grigi come sempre. Immaginai i tanti italiani che, nel garage dell’albergo o nel giardino della villetta al mare, si apprestavano ad accendere l’auto alzando gli occhi al cielo e sussurrando: “Si ricomincia”.

Era il ’92, e stavamo trascorrendo gli ultimi momenti di vacanza a Mattinata, una lunga spiaggia di sassi levigati del Gargano. Dal bar guardai Martina, mia moglie, che leggeva assorta un romanzo della Woolf, e Angelica, la nostra bambina di cinque anni, che passava il tempo a ridere e a tirare pietre in mare fra le occhiate severe dei vicini di ombrellone.

….

Un paio d’ore prima del tramonto, e senza particolare allegria, Martina disse ad Angi di fare ‘ciao ciao’ al mare. Prendemmo teli da spiaggia, giornali spiegazzati e salvagente, li caricammo sull’auto e ripartimmo per la villetta dei miei suoceri. Viaggiammo in silenzio, con i finestrini aperti. Il caldo era soffocante e, presi da una specie di istinto di conservazione, parlammo poco per risparmiare energie.

SEGUE

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: