LA CATTURA DEL BOSS/2/SEGUE

Torno a “L’ultimo indizio”, il romanzo in cui racconto la cattura del boss di Cosa Nostra Piddu Madonia, avvenuta il 6 settembre del 1992 e che ha chiuso gli anni della sua latitanza. Dopo essermi ispirato in “Un assassino qualunque” a uno stile di scrittura senza fronzoli, alla Frederick Forsyth, in “L’ultimo indizio” mi accostai finalmente a quello stile personale che mi ha accompagnato fino a oggi, fatto di una narrazione decisa ma tenue, meno arrogante. C’è una cosa che amo fare quando scrivo: non spiego, al lettore voglio “mostrare” il più possibile. Forse per questo spesso mi dicono che ho una narrazione cinematografica, perché sembra di vedere delle scene, non dei paragrafi. Non so se è un bene o un male, ma l’istinto mi porta a scrivere così, e proprio in “L’ultimo indizio” questa caratteristica mi è stata di aiuto. Infatti oltre la descrizione delle fasi concitate del nostro intervento armato, era necessario descrivere anche i miei contatti con Madonia. Sapete, non era facile per uno come me viaggiare con uno degli imputato di stragi terribili, ultime delle quali, circa due mesi prima, quelle di Falcone, Borsellino e dei dieci colleghi. Durante il viaggio a Roma con lui ho parlato di varie cose, e, detto fra noi, è stato sempre estremamente educato. Mai una parola fuori posto. Nello scrivere il libro mi trovai, perciò, davanti a una scelta: se avessi descritto il boss come persona educata, probabilmente sarei passato per uno che esaltava la mafiosità. Se invece avessi descritto Madonia come un criminale assetato di sangue, avrei detto il falso. Entrambe le soluzioni non erano veritiere, così scelsi una strada diversa: avrei raccontato solo i fatti, senza aggettivi. E così ho fatto

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