E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE/1

Dopo il simpatico successo di “Formicae”, presentato un po’ in tutto il paese in festival importanti e in qualche programma televisivo, giunsero varie richieste di fiction/film/serie tv da trarre dal romanzo e con protagonista Renzo Bruni. Il mondo del cinema e della televisione è complesso, e da allora queste richieste sono diventate continue (sulla base del principio secondo cui chiedere è facile, fare è un’altra cosa), un leit motiv surreale che non ha mai portato a niente. Comunque sia, dopo Formicae firmammo un accordo con una casa di produzione per una serie televisiva, ma la condizione era di ambientare i libri successivi ancora a Foggia, calati nell’ambiente della criminalità organizzata locale e con Zio Teddy in circolazione. Fu in quell’occasione, e in altre di seguito, che mi resi conto che quel personaggio così perverso era ormai indelebile nella mente di molti. La firma di quel contratto ebbe due conseguenze. La prima fu la sceneggiatura dell’ipotetica serie tv: un disastro. Avevano preso il romanzo e, semplicemente, ne avevano completamente cambiato la trama ridicolizzandola, così la sera in cui lessi il soggetto dovetti prendere uno Xanax. La seconda conseguenza fu che ebbi necessità di dover scrivere il seguito di Formicae, con Bruni, Zio Teddy e la criminalità foggiana. Questa cosa che in Puglia, ormai da qualche anno diventata la regione più trendy del paese, vi fossero, oltre che spiagge e aperitivi, anche una mafia crudele e vari omicidi aveva affascinato i produttori, che si erano convinti che queste contraddizioni avrebbero affascinato anche gli spettatori. Spinto da questa specie di obbligo, scrissi il seguito di Formicae. Ovviamente non potevo farne un romanzo fotocopia del primo, per cui creai un’evoluzione della storia, come fanno gli sceneggiatori delle serie tv Netflix o Sky. La trama era sostanzialmente una battaglia senza esclusione di colpi fra Bruni e la Società foggiana, ma in quel romanzo modificai il tipo di narrazione e usai il presente in terza persona. Il presente dà pathos al lettore, crea delle emozioni immediate, lo fa sentire “dentro” l’azione. Per quel libro, inoltre, utilizzai uno stile un po’ ironico, quasi scanzonato, di cui però in seguito avrei fatto a meno per tornare a una scrittura più livida, più tipicamente mia. Così nacque “La Lupa”, un titolo che evoca Verga e che fu scelto da Antonio Riccardi. La Lupa del libro è una donna forte, moglie di un boss della mala del Gargano, una donna che a un certo punto diventa di fatto il boss di un clan e ingaggia una feroce battaglia con lo stato. E’ lungo quasi 500 pagine ma scorre velocissimo, forse anche troppo, come mi disse una lettrice. Secondo lei andava talmente veloce che la spinta a voltare pagina travolgeva il gusto della lettura. Di questo consiglio feci tesoro, come faccio di tutti i consigli che ricevo da esperti e da lettori. I lettori hanno il vero istinto del thriller. L’esperto spesso ha un occhio troppo professionale e può farti commettere degli errori, come infatti è successo. È il lettore amante del noir, invece, che ha l’istinto puro, è lui che involontariamente ti dà le dritte migliori. D’altronde non ho mai seguito un corso di scrittura, e se riesco a scrivere romanzi è solo grazie a questa mia abitudine di rubare il mestiere agli altri, che siano autori, editor, esperti, critici o, soprattutto, lettori. Dimenticavo: della fiction non se ne è fatto più niente, per fortuna. L’idea che una mia storia finisse alle 21,15 completamente stravolta per compiacere il pubblico, era più ridicola che penosa. Alla prossima, besos  

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