BUONI & CATTIVI

C’è un ovvio elemento fondamentale da prendere in esame quando scrivi un romanzo, specie se è un thriller: il coinvolgimento del lettore. Occorre che chi legge viva con il protagonista, soffra con lui, è necessario quasi che lo adotti e desideri il suo bene. Occorre fare in modo, in altre parole, che il lettore arda dal desiderio che il bene vinca la battaglia contro il male. La strada che la maggior parte degli autori utilizza per ottenere questo risultato è narrare la storia dal punto di vista del “buono”, in genere un poliziotto, fino alla scoperta e alla cattura del “cattivo”, in genere un assassino, seriale o meno. Ne abbiamo già parlato in passato, ma oggi desidero affrontare questa dinamica da un punto di vista diverso.Come qualcuno sa, è mia perversa abitudine sovvertire il citato canone, perciò fin dalle prime pagine svelo sadicamente al lettore chi è, e con tanto di nome e cognome, il soggetto malvagio. In “Un assassino qualunque”, infatti, è il giornalista Emanuele Rode, in “La Rete Ksenofont” è il politico Nicola Maestri, in “Formicae” è Diego Pastore, come lo è anche in “La Lupa”, ne “Gli Illegali” è l’avvocato Manuel Capone. Solo in “Storia di una figlia” la ricerca è più laboriosa, ma “Storia” è soprattutto una drammatica vicenda di formazione narrata dalla protagonista, perciò non si poteva fare diversamente. L’espediente di presentare il “cattivo” all’inizio della storia, però, non assicura che automaticamente il lettore si coinvolga: ovviamente potrebbe restare freddo, soprattutto se di cognome fai Silvis e non Stocker, Christie o Poe. Allora ho elaborato un mio sistema per “scaldare” il malcapitato. Cerco di portarlo dalla parte del “buono” dando al suo competitor una caratterizzazione particolarmente intensa (ok, leggi “schifosa”). Rode e Pastore sono due disgustosi pedofili, Capone è un avvocato che si barcamena fra cinismo assurdo e drammi personali; Maestri è un ipercinico per motivazioni ideali e politiche, Sonia De Gennaro – la Lupa – è una sanguinaria boss della mala e il Luigi Sartori di “Storia di una figlia” è un nazista convinto che “obbedire agli ordini” sia giusto anche se devi uccidere donne e bambini innocenti.Questi personaggi sono forti. Molto forti. Sono strutturati in modo da portare il lettore a odiarli, perché se il lettore li odia desidererà che vengano fermati, e chi potrà fermarli se non il poliziotto-eroe? Ecco, perciò, che inconsciamente il lettore si schiera dalla parte del buono e soffre con lui, sbraita perché vorrebbe aiutarlo, vorrebbe dargli una mano a catturare o comunque fermare l’assassino, ma ovviamente non può, perciò non vede l’ora che l’eroe metta le mani addosso al bandito.La necessità di portare il lettore a odiare il killer, però, mi ha spesso costretto a dover privilegiare la costruzione del personaggio negativo dedicandomi meno al buono. Questo non mi piace, perciò in questi ultimi tempi il mio sforzo consiste nel cercare di dare un colore forte anche al personaggio positivo. Il buon funzionamento di un thriller sta nel portare il lettore a tifare per il bene e, per quanto strano possa sembrare, è più facile raggiungere questo scopo facendogli odiare quel lercio individuo che si è macchiato di crimini tanto orribili, piuttosto che facendolo innamorare del buono dallo sguardo fiero. Infatti ho intenzione, in futuro, di dare del mio personaggio archetipale, cioè Renzo Bruni, una descrizione sempre più carnale. Sto lavorando anche a un nuovo protagonista da alternare a Renzo, voglio farne un personaggio carico e potente, ma di questo – e dei connessi timori di sbagliare e delle inevitabili indecisioni – parleremo in un’altra occasione. Besos PS: anzi, visto che ci troviamo, si accettano richieste sul carattere di questo nuovo tizio che, a poco a poco, sta nascendo nella mia zucca. Siete forti, e potreste darmi davvero l’idea giusta. Aribesos

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