E ORA IN VIAGGIO CON L’EROE!

Tempo fa, fra le varie letture folli in cui mi barcameno, lessi casualmente di un libro che non conoscevo, dal titolo “Il viaggio dell’Eroe”, di Christopher Vogler. Se ne parlava a proposito della narratologia, perciò incuriosito cercai di capire di cosa si trattasse. Intuii che poteva essere importante per chi scrive, e per farla breve lo comprai. Mi si aprì un mondo che colpevolmente non conoscevo ma di cui ora vorrei parlarvi. Perché se si tratta di una storia molto interessante per chi legge libri o va al cinema, è addirittura fondamentale per chi quei libri e quei film li inventa.
Christopher Vogler è uno dei maggiori sceneggiatori statunitensi, insegnante all’UCLA di Los Angeles e consulente della Disney. Circa trent’anni fa lesse un libro dello storico Joseph Campbell intitolato “L’eroe dai mille volti”, in cui l’autore, esperto di mitologia, ci dice che in tutte le vicende del mito antico, dall’Odissea in poi, c’è sempre un filo conduttore che unisce in una trama insondabile i personaggi. È un tragitto di cui l’Eroe non può fare a meno, perciò Campbell conclude che tutti i miti hanno sempre i medesimi archetipi e toccano le stesse tappe del viaggio. Questo testo ha dato vita a un fiorire di interessi da parte di storici e letterati, fra i quali il nostro Vogler, che però fece un passo in avanti.
Si chiese infatti se, oltre che nel mito greco-romano, il viaggio dell’Eroe non seguisse il medesimo percorso anche nelle trame dell’odierna narrativa letteraria e cinematografica. Per dissipare i suoi dubbi, Vogler esaminò seimila sceneggiature cinematografiche ed ebbe “l’illuminazione”: scoprì infatti che i canoni tipici delle trame mitologiche erano gli stessi che oggi apprezziamo nei film più gettonati e nei best-seller. In sostanza, l’autore scoprì che, dal viaggio di Giasone alla conquista del Vello d’oro fino all’Anakin Skywalker che in Star Wars combatte contro il Lato Oscuro della Forza, le trame di queste storie hanno tutte il medesimo svolgimento con gli stessi archetipi e fasi che Cambell aveva rinvenuto nel Mito greco.
Affascinato da questa intuizione, Vogler si convinse che per garantire il successo di una trama letteraria o cinematografica fosse necessario inserirvi tutte queste fasi del “viaggio” contenute nei Miti. Si accordò con un editore per pubblicare un testo sull’argomento che riunisse – ovviamente migliorandoli – gli appunti presi durante i suoi studi, così 25 anni fa nacque “Il viaggio dell’Eroe: la struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e di cinema”.
Quello che Vogler non immaginava minimamente era che questo volumetto, inizialmente diretto a una sparuta schiera di intellettuali radical-chic newyorkesi, nei venticinque anni successivi sarebbe stato letto e studiato praticamente da tutti gli sceneggiatori professionisti del mondo.
Come vedete, è una storia interessantissima, e se vi è venuta la curiosità di conoscere in cosa consiste questo famoso “eroico” viaggio, ora lo sintetizzerò in pochissime parole, perché è chiaro che il testo di Vogler, oltre che constare di 200 pagine, è un lavoro che, come tutti quelli sulla narratologia, ha parecchi aspetti estremamente complessi. Comunque sia, in poche parole il Viaggio dell’Eroe è questo, laddove per Eroe ovviamente si intende il “protagonista” della nostra storia:
L’Eroe vivacchia tranquillo nel suo “Mondo ordinario”, quando a un certo punto un “Messaggero” gli comunica la “Chiamata all’avventura” e lui parte per affrontarla. Mentre va incontro al “Mondo straordinario” però incontra il “Guardiano della soglia” e “l’Ombra”. Intimorito, l’Eroe diventa “Riluttante” e “Rifiuta” la chiamata all’avventura. A questo punto interviene un “Mentore” che lo aiuta a entrare nel mondo straordinario. Superata la “Prima soglia”, l’Eroe si imbatte in “Alleati, prove e nemici”, e si avvicina sempre più alla “Caverna profonda”, dove affronta e sostiene la “Prova centrale”. Superata questa, l’Eroe si appropria della “Ricompensa” e prosegue lungo la “Via del ritorno” verso il mondo ordinario. Infine egli vive l’esperienza della “Resurrezione” che lo trasforma nell’anima, e torna nel mondo ordinario da cui è partito, ma portando con sè “l’Elisir”.
Be’, che ci crediate o no, da Ulisse a Rocco Schiavone tutti i best-seller hanno questa dinamica. Evidentemente la zucca di noi umani, sia pure fra le tante diversità, alla fine dei conti ragiona sempre nello stesso modo, seguendo schemi ben definiti e sempre identici. Besos

BUONI & CATTIVI

C’è un ovvio elemento fondamentale da prendere in esame quando scrivi un romanzo, specie se è un thriller: il coinvolgimento del lettore. Occorre che chi legge viva con il protagonista, soffra con lui, è necessario quasi che lo adotti e desideri il suo bene. Occorre fare in modo, in altre parole, che il lettore arda dal desiderio che il bene vinca la battaglia contro il male. La strada che la maggior parte degli autori utilizza per ottenere questo risultato è narrare la storia dal punto di vista del “buono”, in genere un poliziotto, fino alla scoperta e alla cattura del “cattivo”, in genere un assassino, seriale o meno. Ne abbiamo già parlato in passato, ma oggi desidero affrontare questa dinamica da un punto di vista diverso.Come qualcuno sa, è mia perversa abitudine sovvertire il citato canone, perciò fin dalle prime pagine svelo sadicamente al lettore chi è, e con tanto di nome e cognome, il soggetto malvagio. In “Un assassino qualunque”, infatti, è il giornalista Emanuele Rode, in “La Rete Ksenofont” è il politico Nicola Maestri, in “Formicae” è Diego Pastore, come lo è anche in “La Lupa”, ne “Gli Illegali” è l’avvocato Manuel Capone. Solo in “Storia di una figlia” la ricerca è più laboriosa, ma “Storia” è soprattutto una drammatica vicenda di formazione narrata dalla protagonista, perciò non si poteva fare diversamente. L’espediente di presentare il “cattivo” all’inizio della storia, però, non assicura che automaticamente il lettore si coinvolga: ovviamente potrebbe restare freddo, soprattutto se di cognome fai Silvis e non Stocker, Christie o Poe. Allora ho elaborato un mio sistema per “scaldare” il malcapitato. Cerco di portarlo dalla parte del “buono” dando al suo competitor una caratterizzazione particolarmente intensa (ok, leggi “schifosa”). Rode e Pastore sono due disgustosi pedofili, Capone è un avvocato che si barcamena fra cinismo assurdo e drammi personali; Maestri è un ipercinico per motivazioni ideali e politiche, Sonia De Gennaro – la Lupa – è una sanguinaria boss della mala e il Luigi Sartori di “Storia di una figlia” è un nazista convinto che “obbedire agli ordini” sia giusto anche se devi uccidere donne e bambini innocenti.Questi personaggi sono forti. Molto forti. Sono strutturati in modo da portare il lettore a odiarli, perché se il lettore li odia desidererà che vengano fermati, e chi potrà fermarli se non il poliziotto-eroe? Ecco, perciò, che inconsciamente il lettore si schiera dalla parte del buono e soffre con lui, sbraita perché vorrebbe aiutarlo, vorrebbe dargli una mano a catturare o comunque fermare l’assassino, ma ovviamente non può, perciò non vede l’ora che l’eroe metta le mani addosso al bandito.La necessità di portare il lettore a odiare il killer, però, mi ha spesso costretto a dover privilegiare la costruzione del personaggio negativo dedicandomi meno al buono. Questo non mi piace, perciò in questi ultimi tempi il mio sforzo consiste nel cercare di dare un colore forte anche al personaggio positivo. Il buon funzionamento di un thriller sta nel portare il lettore a tifare per il bene e, per quanto strano possa sembrare, è più facile raggiungere questo scopo facendogli odiare quel lercio individuo che si è macchiato di crimini tanto orribili, piuttosto che facendolo innamorare del buono dallo sguardo fiero. Infatti ho intenzione, in futuro, di dare del mio personaggio archetipale, cioè Renzo Bruni, una descrizione sempre più carnale. Sto lavorando anche a un nuovo protagonista da alternare a Renzo, voglio farne un personaggio carico e potente, ma di questo – e dei connessi timori di sbagliare e delle inevitabili indecisioni – parleremo in un’altra occasione. Besos PS: anzi, visto che ci troviamo, si accettano richieste sul carattere di questo nuovo tizio che, a poco a poco, sta nascendo nella mia zucca. Siete forti, e potreste darmi davvero l’idea giusta. Aribesos

E FU LA VOLTA DELLA CROCE UNCINATA

Certo, passare da un poliziotto come Bruni a una ventinovenne dottoressa veronese non è stato facile, ma quando una storia ce l’hai dentro le devi provare tutte per portarla alla luce. Ora ve la racconto. Dopo aver pubblicato nel 2010 “Gli anni nascosti”, compresi che quel libro era stato un vero flop. Sinceramente? Non tanto per il romanzo (lo avevo scritto io, quindi lo consideravo e lo considero buono) quanto per la totale assenza di promozione da parte dell’editore. Mi decisi perciò a scrivere qualcosa di diverso per riprovare a pubblicare, perché la mia carriera di autore la vedevo conclusa. Ma cosa scrivere? Be’, una storia ce l’avevo. Sono uno studioso del nazismo, e ho sempre cercato di capire cosa abbia potuto trasformare una nazione faro di cultura e civiltà come la Germania in una perfetta macchina della morte. Non volevo farlo però dalla visuale dell’Olocausto ebraico, che è notissima, ma dall’angolazione della ferocia con cui le SS, aiutate da collaborazionisti italiani, si sono scagliate contro le popolazioni inermi dei nostri paesini dopo l’8 settembre del ’43. Chiunque legga, fra le tante, delle stragi di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema non può che restarne sconvolto. La storia di Anna Sartori, la protagonista, è nata da questo istinto irrefrenabile. Ma non solo: quanti di voi sono al corrente delle 15.000 vittime innocenti, donne, anziani, ragazzi, bambini, fucilate, bruciate vive, fatte esplodere, mutilate dai nazisti? Quanti di voi sono al corrente che fra le fila delle SS c’è stata una Legione SS italiana con 20.000 volontari che hanno sparso violenza nella pianura padana e nella risiera di San Sabba, unico lager nazista in Italia? Credo pochissimi. Ecco, avendo la fortuna di pubblicare libri, alle volte ne approfitto per dare al lettore materiale per delle riflessioni, in questo caso su quella parte della nostra storia ancora sconosciuta. Anna, la figlia protagonista del romanzo, è un personaggio che adoro. Donna forte, giusta, una che attraverso una dolorosa catarsi personale riesce ad affrancarsi dal proprio passato per diventare un’altra persona. “Storia” lo avrò riletto non meno di venti volte, eppure a ogni revisione non riesco ad affrontare le ultime pagine senza emozionarmi. Ed è bizzarro, come capite, perché l’ho scritto io, perciò quelle pagine le conosco a memoria. Ero stato invitato dal comune di Brescia a partecipare al festival internazionale della Pace, che si sarebbe dovuto tenere nell’ottobre del 2020, e a una presentazione a Sant’Anna di Stazzema (ne approfitto per ringraziare il presidente del Consiglio comunale di Brescia Roberto Cammarata e Michele Morabito, direttore del Museo storico di Sant’Anna). Ovviamente entrambi gli eventi sono saltati a causa del Covid.Alcuni lettori mi hanno spronato a continuare nel filone storico (probabilmente lo sprone successivo sarà di darmi all’ippica). Non lo so, perchè adoro il thriller puro e certamente non lo abbandonerò, poi chissà… In ogni caso considero “Storia di una figlia” un pezzo assolutamente unico. Unico e prezioso. Besos

CONFESSIONI DI UN ITALIANO CON LA PENNA IN MANO(CHE FA PURE RIMA)

Mi sono accorto che la tecnica che uso nella scrittura spesso incuriosisce lettori, intervistatori e recensori. Ora se vi aggrada posso sintetizzarla in poche parole (per modo di dire…). Quando scrivi un thriller hai tre personaggi chiave: la vittima, il colpevole, l’investigatore. Normalmente questi tre vivono delle dinamiche sempre più o meno identiche, riassumibili in: un tale (vittima) viene ammazzato (omicidio), l’investigatore (poliziotto) indaga e scopre il colpevole (assassino). Il 90 per cento dei romanzi e delle fiction che avete letto o visto aveva questa dinamica, giusto?Per restare nella scia, quindi, anche io avrei dovuto attenermi a questa sceneggiatura ma, poiché sono un tipo bizzarro, mi sono divertito a sconvolgerla e ho fatto qualcosa di diverso. Prima di tutto, non è detto che il delitto debba sempre essere un omicidio: purtroppo esistono tanti reati in grado di generare nel lettore ansie ben superiori a quelle di un omicidio. Un sequestro di persona, uno spaccio di droga, una corruzione ad alto livello, un’associazione mafiosa e via dicendo. È facile ormai scrivere di un omicidio, perché fra fiction televisive più o meno serie e CSI e RIS vari, un assassinio bene o male lo sai descrivere. Ma chi conosce le dinamiche di un sequestro di persona o di un’azione di spionaggio? Io qualcosa ne so, e biecamente ne approfitto.In “L’ultimo indizio” c’è la caccia a un latitante, in “La Rete Ksenofont” c’è un’indagine su una spia e un gruppo di militari golpisti, in “La Lupa” c’è una battaglia fra stato e criminalità organizzata, in “Storia di una figlia” c’è la violenza politica e in… be’, niente anticipazioni, se ne parlerà fra qualche mese. Però se questa è una delle mie caratteristiche, non è la più importante, che è invece l’abitudine di svelare il colpevole all’inizio. Magari il movente lo nascondo per dipanarlo lentamente, ma chi è il cattivo lo dico fin dalle prime pagine. Questo, direte, contrasta con ogni regola del thriller, perché come si sa la suspense si crea proprio nello scoprire l’identità del killer, ma ragioniamo un attimo insieme. Nel giallo classico, alla Agatha Christie per intenderci, l’assassino si scopre alla fine, è il clichè. Però in genere o è un perfetto sconosciuto o è un parente della vittima, o è il poliziotto “buono”. In questi casi il lettore resta in seconda fila, freddo, non soffre. Se invece gli dico dall’inizio che il colpevole è tizio e caio, e poi creo una trama in cui ti faccio vedere, alternandoli, il buono che insegue il cattivo che fugge, sapete cosa faccio in realtà? Presento il cattivone al lettore, che conoscendolo soffrirà nel vedere il povero poliziotto arrancare nella sua ricerca. Quindi il lettore avrà una voglia matta di avvisare l’eroe delle mosse dell’assassino, ma ovviamente non può farlo. Insomma, costruendo la trama in questo modo, il lettore è “nel” romanzo, soffre, partecipa. È chiaro, c’è una difficoltà in questo tipo di costruzione della storia: occorre creare due mondi in continuo contrasto fra loro, il mondo del buono e quello del cattivo e, credetemi, non è facile. È molto più semplice narrare un plot da un solo punto di vista, e infatti il solo mio romanzo in cui c’è un punto di vista unico, “Storia di una figlia”, è stato molto più semplice da scrivere degli altri. Insomma, caro lettore: conosci il killer, conosci lo sbirro, quindi nella trama sei completamente dentro. Naturalmente questo tipo di struttura narrativa non l’ho inventata io, ma illustri autori, uno per tutti “Il giorno dello Sciacallo”, di Frederick Forsyth. Altri miei biechi trucchetti nelle prossime puntate di queste gradevoli, almeno per me, conversazioni. Besos

E AVANZO’ UN ESERCITO ILLEGALE!

Dopo aver pubblicato “La Lupa” era necessario ridare a Renzo Bruni il ruolo che gli compete. Appartiene allo SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ufficio che ha competenza in tutto il territorio del paese, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, ma in Formicae e La Lupa si era bloccato a Foggia. Ero contento che lo fosse, naturalmente. Foggia è la mia città ed era giusto che qualcuno prima o poi scrivesse di questa terra bella e per alcuni versi sfortunata. Ma Bruni non poteva restarci avvitato, il ruolo del personaggio sarebbe stato snaturato. Insomma, era arrivato il momento di fargli cambiare aria. Occorreva scegliere un’altra città in cui ambientare la prossima storia di Renzo, e ci ho pensato molto su. Bari no, c’erano già Carofiglio e Genisi, a Roma c’era De Cataldo, a Bologna Lucarelli e Macchiavelli, a Milano non ne parliamo… Restavano Torino, Palermo, Firenze e Napoli. Torino la conosco pochissimo, Palermo per niente. In Firenze so destreggiarmi, ma non escludo di ambientarvi un prossimo romanzo. Restava perciò Napoli. Certo, è una delle città più raccontate al mondo, con Saviano, De Giovanni, poi Ferrante e via via una lunga scia di scrittori e sceneggiatori. Ma la conosco abbastanza bene, e so che tutto ciò che capita a Napoli in poche ore la ritrovi sul “Los Angeles Time”. Il rischio era di confrontarmi con altri scrittori molto più importanti di me, ma lo sapete bene, quando uno ama il rischio ama anche sfidarsi, così decisi: il prossimo romanzo di Bruni sarebbe stato ambientato a Napoli.

Ma quale storia sarebbe stato giusto narrare in quell’affascinante metropoli? Anni fa buttai giù un romanzo che mi piaceva (ovvia, direte voi: lo hai scritto tu!) ma era troppo surreale per poter aspirare alla pubblicazione, e infatti non fu pubblicato. Ma nel plot c’erano alcuni ottimi spunti da sfruttare in una nuova storia. Il titolo, intanto: “Gli Illegali”, un gioco di parole con “legali” (per intendere gli avvocati) che mi aveva sempre divertito. Poi c’era la trama che appunto riguardava un avvocato cinico e allo stesso tempo in preda alla disperazione, un personaggio che non sai se guardare con disprezzo o con commiserazione. Cannibalizzando quel romanzo inespresso,  acchiappai entrambi gli spunti e li gestii in modo più maturo rispetto a come avevo fatto anni prima. Così nacque Manuel Capone, un avvocato da dimenticare, un professionista che si macchia inspiegabilmente dell’omicidio di un suo importante cliente. Bruni e i suoi, naturalmente, indagano con le inevitabili e spesso imprevedibili direzioni che di solito prendono le storie che escono dalla mia mente. Il titolo piacque all’editore, così restò “Gli Illegali” ma eliminai ogni forma di surrealtà, in seguito andai a Napoli per qualche giorno per vivere la città e scriverne al meglio. Alla fine il romanzo lo scrissi e andò alle stampe. Fui molto contento quando Marco Perillo, scrittore e giornalista del Mattino di Napoli (ciao Marco) in un’intervista chiese “Ma quanto tempo hai vissuto a Napoli?” “Mai” risposi, ma a quanto pare l’avevo descritta così bene da lasciargli credere di averci vissuto. Piccole soddisfazioni autoriali. Be’, sapete come è andata a finire? Che Gli Illegali ha vinto il premio Selezione Bancarella del 2020 e il premio Garfagnana in Giallo 2019. C’è di peggio a questo mondo, no? Per adesso vi saluto e vi auguro un fantastico pomeriggio. Besos.

PENSIERI IN LIBERA USCITA

Fra numeri di contagi, De Luca furenti, Figliuoli iperdecorati e speranze vaccinali, rieccomi.

Prima di andare avanti con quella specie di (sostanzialmente inutile) storia dei miei libercoli, che non so bene come e perché ho iniziato qualche mese fa, oggi vorrei estrinsecare qualche pensiero in libertà.

  1. Lo so, i miei post definiamoli “letterari” sono un po’ lunghi, non corrispondono alla odierna grammatica digitale che vorrebbe la scrittura per la rete concisa e immediata. Verissimo. Il punto è che sono volutamente lunghi. Mi rivolgo non a un pubblico di ragazzini, ma a persone mature, colte, mi piace intercettare l’attenzione di chi “ama leggere”, non mi interessa scrivere tweet di 140 caratteri. Per cui ammetto di essere soddisfatto dei miei post lunghi, perché posso dire di essere seguito delle persone che mi piacciono: come tutti gli esperti dicono, cercare di compiacere tutti è l’anticamera di ogni fallimento
  2. Il fenomeno della cosiddetta “memoria genetica”, che è alla base di “Storia di una figlia”, fa proseliti. Molti mi scrivono chiedendo se quel fenomeno è reale o solo un parto della mia fantasia. Ne sono soddisfatto, vuol dire che ho elaborato qualcosa di interessante
  3. Entro un paio di mesi uscirà, per le edizioni Le Flaneurs (che sta curando una serie di bei volumi dedicati alle regioni d’Italia), il volume sulla Puglia, che si intitolerà “Puglia, la sposa promessa.” Sono stato incaricato di scrivere di Foggia (cosa che mi gratifica molto perché l’editore è raffinato, l’amico Davide Grittani è il curatore della collana e la compagnia è bella assai, amici, vedrete…). Il racconto verte sulla Foggia di oggi, quella di ieri e quella di domani, il tutto rapportato a vari momenti della mia vita. Non è thriller, non ci sono omicidi o boss. È una storia intimistica che spero piaccia ai miei concittadini. Ho scritto quelle pagine con un’emozione autentica che ancora mi preme sul cuore, credetemi
  4. Una novità: presto mi dedicherò a podcast a tema, che saranno svariati, dai libri ad argomenti sociali, dalla cronaca alla lotta alla criminalità organizzata e via dicendo, tutti comunque temi interessanti. Per ora sto cercando di capire come crearli e pubblicarli, perché, lo giuro, sembra facile ma è un dannato casino destreggiarsi fra onde audio, registrare la propria voce, caricare il tutto su una piattaforma di cui non so niente e via dicendo… Ma l’ostacolo maggiore è il dover di riascoltare la mia voce con un inconfondibile accento terronic-foggian, cosa che mi fa ricordare quanto mi piacerebbe avere la voce del doppiatore Luca Ward (chi è? Una sola frase e capirete: “Al mio segnale scatenate l’inferno”…)
  5. Oggi il mio amico Romano De Marco, uno degli scrittori più tosti di questo paese – bontà sua – mi ha invitato al festival “Giallo a Ortona”, invito che ho accolto immediatamente, così l’8 luglio sarò in quel di Ortona, Abruzzo (Italy). Saremo una simpatica ma pericolosissima combriccola
  6. E in ultimo parlo di un altro amico. Roberto Venturini è “solamente” finito nella dozzina dello “Strega”. E scusate se è poco.

Insomma, anche oggi ho scritto parecchio. Ma vale sempre il punto 1), che ormai è il mio “Comma 22” (cfr “Comma 22”, di Joseph Heller). Besos, Piernik

LOLITAS

Anche grazie alla nostra comune origine pugliese, con Gabriella Genisi (ciao Gabri) siamo amici da anni, quindi conosco Lolita Lobosco fin dalla nascita del personaggio. Con Gabriella abbiamo presentato libri insieme, ci siamo incrociati in festival in molte parti del paese. Insomma, la nostra è una bella amicizia che dura da tempo. Addirittura anni fa pensai di fare interagire Lolita in un mio romanzo, e Gabriella fu d’accordo, ma poi non se ne fece più niente. Più di qualcuno, però, mi ha confidato la convinzione che una Lobosco sia solo l’intelligente prodotto di una penna arguta e che, invece, la realtà sia diversa. Be’, non è così. A parte le normali caratterizzazioni romanzesche, il dialetto barese (che è sicuramente uno dei più divertenti, e Checco Zalone, Pinuccio, Uccio de Santis e altri lo confermano) e la sospensione dell’incredulità del lettore/spettatore (cosa fisiologica quando si parla di fiction), nella Polizia di Stato le Lolite esistono eccome. Ne conosco varie.

Sono colleghe decise, che comandano uffici composti da centinaia di persone, fanno i capi di Squadre Mobili, sono questori. Donne raffinate, impiegate nei più pericolosi servizi di ordine pubblico o nelle operazioni a rischio. E non è necessario, per una poliziotta Lolita-style, essere nubile, perché la maggior parte di loro sono regolarmente sposate con figli. E quando ci stai insieme, magari davanti a un tè, sfoggiano cultura e dolcezza. Credetemi sulla parola, conosco donne in divisa attraenti e affascinanti come e più di Luisa Ranieri. È chiaro, nomi non ne faccio neanche sotto tortura.  

Non ricordo di aver mai assistito ad atteggiamenti maschilisti nei confronti di queste colleghe, se non in un’occasione. Era una riunione di un certo rilievo e vi partecipai con le due colleghe responsabili degli uffici competenti, quando a un tratto qualcuno (non appartenente alla Polizia) esclamò scherzosamente: “Eh, il questore si è portato le veline!” Siccome erano due funzionarie di polizia, e per quanto la persona stesse scherzando, la battuta fu censurata e lui si scusò.

Durante la presentazione di un mio romanzo, in cui i personaggi del prefetto e del questore sono donne, chi moderava chiese: “Come mai in questo romanzo i massimi vertici dello stato sono rappresentati da due figure femminili?” Sinceramente caddi dalle nuvole. Non capivo quella domanda, e risposi che nella mentalità delle forze dell’ordine è normalissimo che un questore, un procuratore della Repubblica o un prefetto siano donne. Ecco, alle volte ho la sensazione che certi preconcetti, che molti ritengono tipici di corpi tradizionalmente maschili, appartengano invece a chi ne è fuori.

Lo dico sempre, è difficile conoscere davvero la mentalità delle forze dell’ordine, è un microcosmo difficilmente penetrabile, sia per quanto riguarda la presenza delle donne sia per molti altri settori. Questo è il motivo per cui scrivo i miei romanzi con il desiderio di inserirvi quel tocco di realismo che consenta al lettore di immedesimarsi in uno sbirro vero. Besos, alla prossima

E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE / 2

E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE / 2

Nei mesi che passarono fra la pubblicazione di “Formicae” e “La Lupa”, capitò qualcosa di molto importante che non aveva a che fare con i libri, ma con la vita. Il 4 luglio del 2017 compii 63 anni, perciò avevo raggiunto il limite massimo della permanenza in servizio. Oltre quell’età non potevo andare e la pensione mi aspettava a braccia aperte. Ma, devo dire la verità, era una pensione particolare, perché lasciavo la Polizia di Stato e abbracciavo la carriera non dico di scrittore – che è pur sempre un’attività artistica impegnativa e altisonante – ma di autore di fiction sì.

Fu un momento davvero particolare, credetemi. Il 31 luglio del 2017 consegnai distintivo e pistola, mi infilai nella Volvo e salutai i miei quasi 36 anni di servizio e la città di Foggia, l’ultima sede, dove avevo fatto il questore per tre anni e mezzo. Imboccando l’autostrada, in pochi secondi rividi con la mente tutte le città in cui avevo prestato servizio; ripensai ai tanti rischi corsi, agli interventi sulle rapine, alla tensione che si genera quando qualcuno si barrica armato in casa o nelle attese di un ritrovamento di stupefacenti, nei momenti concitati della cattura di un latitante o quando, in un servizio di ordine pubblico, vedi avanzare verso di te centinaia di persone che ti odiano armati di mazze e molotov.
Ma se un mondo se ne andava, un altro sopraggiungeva. Formicae era stato pubblicato nel gennaio del 2017, perciò concludere la carriera in Polizia nell’agosto dello stesso anno consentiva di accavallare le due cose. Ricordo bene il senso di rilassamento del sistema nervoso dopo aver lasciato il servizio. Non più chiamate urgenti, lo stomaco si era disteso e, diciamolo, ero soddisfatto: lasciavo una carriera ambita, desiderata e, ritengo, dignitosa, chiusa come questore di una sede importante, e contemporaneamente iniziava un’altra carriera altrettanto ambita e importante nel mondo dei libri. Ero contento di quello che avevo combinato in quei – come direbbe De Niro in un film di Scorsese – “fottuti” trentasei anni.

Così nel novembre del 2017 cominciai a lavorare al seguito di Formicae, cioè a quel romanzo che poi sarebbe diventato, semplicemente, “La Lupa”. A venerdì prossimo, amigos: qua non ci fermiamo mai. Besos. Piernik

E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE/1

Dopo il simpatico successo di “Formicae”, presentato un po’ in tutto il paese in festival importanti e in qualche programma televisivo, giunsero varie richieste di fiction/film/serie tv da trarre dal romanzo e con protagonista Renzo Bruni. Il mondo del cinema e della televisione è complesso, e da allora queste richieste sono diventate continue (sulla base del principio secondo cui chiedere è facile, fare è un’altra cosa), un leit motiv surreale che non ha mai portato a niente. Comunque sia, dopo Formicae firmammo un accordo con una casa di produzione per una serie televisiva, ma la condizione era di ambientare i libri successivi ancora a Foggia, calati nell’ambiente della criminalità organizzata locale e con Zio Teddy in circolazione. Fu in quell’occasione, e in altre di seguito, che mi resi conto che quel personaggio così perverso era ormai indelebile nella mente di molti. La firma di quel contratto ebbe due conseguenze. La prima fu la sceneggiatura dell’ipotetica serie tv: un disastro. Avevano preso il romanzo e, semplicemente, ne avevano completamente cambiato la trama ridicolizzandola, così la sera in cui lessi il soggetto dovetti prendere uno Xanax. La seconda conseguenza fu che ebbi necessità di dover scrivere il seguito di Formicae, con Bruni, Zio Teddy e la criminalità foggiana. Questa cosa che in Puglia, ormai da qualche anno diventata la regione più trendy del paese, vi fossero, oltre che spiagge e aperitivi, anche una mafia crudele e vari omicidi aveva affascinato i produttori, che si erano convinti che queste contraddizioni avrebbero affascinato anche gli spettatori. Spinto da questa specie di obbligo, scrissi il seguito di Formicae. Ovviamente non potevo farne un romanzo fotocopia del primo, per cui creai un’evoluzione della storia, come fanno gli sceneggiatori delle serie tv Netflix o Sky. La trama era sostanzialmente una battaglia senza esclusione di colpi fra Bruni e la Società foggiana, ma in quel romanzo modificai il tipo di narrazione e usai il presente in terza persona. Il presente dà pathos al lettore, crea delle emozioni immediate, lo fa sentire “dentro” l’azione. Per quel libro, inoltre, utilizzai uno stile un po’ ironico, quasi scanzonato, di cui però in seguito avrei fatto a meno per tornare a una scrittura più livida, più tipicamente mia. Così nacque “La Lupa”, un titolo che evoca Verga e che fu scelto da Antonio Riccardi. La Lupa del libro è una donna forte, moglie di un boss della mala del Gargano, una donna che a un certo punto diventa di fatto il boss di un clan e ingaggia una feroce battaglia con lo stato. E’ lungo quasi 500 pagine ma scorre velocissimo, forse anche troppo, come mi disse una lettrice. Secondo lei andava talmente veloce che la spinta a voltare pagina travolgeva il gusto della lettura. Di questo consiglio feci tesoro, come faccio di tutti i consigli che ricevo da esperti e da lettori. I lettori hanno il vero istinto del thriller. L’esperto spesso ha un occhio troppo professionale e può farti commettere degli errori, come infatti è successo. È il lettore amante del noir, invece, che ha l’istinto puro, è lui che involontariamente ti dà le dritte migliori. D’altronde non ho mai seguito un corso di scrittura, e se riesco a scrivere romanzi è solo grazie a questa mia abitudine di rubare il mestiere agli altri, che siano autori, editor, esperti, critici o, soprattutto, lettori. Dimenticavo: della fiction non se ne è fatto più niente, per fortuna. L’idea che una mia storia finisse alle 21,15 completamente stravolta per compiacere il pubblico, era più ridicola che penosa. Alla prossima, besos  

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: