PENSIERI IN LIBERA USCITA

Fra numeri di contagi, De Luca furenti, Figliuoli iperdecorati e speranze vaccinali, rieccomi.

Prima di andare avanti con quella specie di (sostanzialmente inutile) storia dei miei libercoli, che non so bene come e perché ho iniziato qualche mese fa, oggi vorrei estrinsecare qualche pensiero in libertà.

  1. Lo so, i miei post definiamoli “letterari” sono un po’ lunghi, non corrispondono alla odierna grammatica digitale che vorrebbe la scrittura per la rete concisa e immediata. Verissimo. Il punto è che sono volutamente lunghi. Mi rivolgo non a un pubblico di ragazzini, ma a persone mature, colte, mi piace intercettare l’attenzione di chi “ama leggere”, non mi interessa scrivere tweet di 140 caratteri. Per cui ammetto di essere soddisfatto dei miei post lunghi, perché posso dire di essere seguito delle persone che mi piacciono: come tutti gli esperti dicono, cercare di compiacere tutti è l’anticamera di ogni fallimento
  2. Il fenomeno della cosiddetta “memoria genetica”, che è alla base di “Storia di una figlia”, fa proseliti. Molti mi scrivono chiedendo se quel fenomeno è reale o solo un parto della mia fantasia. Ne sono soddisfatto, vuol dire che ho elaborato qualcosa di interessante
  3. Entro un paio di mesi uscirà, per le edizioni Le Flaneurs (che sta curando una serie di bei volumi dedicati alle regioni d’Italia), il volume sulla Puglia, che si intitolerà “Puglia, la sposa promessa.” Sono stato incaricato di scrivere di Foggia (cosa che mi gratifica molto perché l’editore è raffinato, l’amico Davide Grittani è il curatore della collana e la compagnia è bella assai, amici, vedrete…). Il racconto verte sulla Foggia di oggi, quella di ieri e quella di domani, il tutto rapportato a vari momenti della mia vita. Non è thriller, non ci sono omicidi o boss. È una storia intimistica che spero piaccia ai miei concittadini. Ho scritto quelle pagine con un’emozione autentica che ancora mi preme sul cuore, credetemi
  4. Una novità: presto mi dedicherò a podcast a tema, che saranno svariati, dai libri ad argomenti sociali, dalla cronaca alla lotta alla criminalità organizzata e via dicendo, tutti comunque temi interessanti. Per ora sto cercando di capire come crearli e pubblicarli, perché, lo giuro, sembra facile ma è un dannato casino destreggiarsi fra onde audio, registrare la propria voce, caricare il tutto su una piattaforma di cui non so niente e via dicendo… Ma l’ostacolo maggiore è il dover di riascoltare la mia voce con un inconfondibile accento terronic-foggian, cosa che mi fa ricordare quanto mi piacerebbe avere la voce del doppiatore Luca Ward (chi è? Una sola frase e capirete: “Al mio segnale scatenate l’inferno”…)
  5. Oggi il mio amico Romano De Marco, uno degli scrittori più tosti di questo paese – bontà sua – mi ha invitato al festival “Giallo a Ortona”, invito che ho accolto immediatamente, così l’8 luglio sarò in quel di Ortona, Abruzzo (Italy). Saremo una simpatica ma pericolosissima combriccola
  6. E in ultimo parlo di un altro amico. Roberto Venturini è “solamente” finito nella dozzina dello “Strega”. E scusate se è poco.

Insomma, anche oggi ho scritto parecchio. Ma vale sempre il punto 1), che ormai è il mio “Comma 22” (cfr “Comma 22”, di Joseph Heller). Besos, Piernik

LOLITAS

Anche grazie alla nostra comune origine pugliese, con Gabriella Genisi (ciao Gabri) siamo amici da anni, quindi conosco Lolita Lobosco fin dalla nascita del personaggio. Con Gabriella abbiamo presentato libri insieme, ci siamo incrociati in festival in molte parti del paese. Insomma, la nostra è una bella amicizia che dura da tempo. Addirittura anni fa pensai di fare interagire Lolita in un mio romanzo, e Gabriella fu d’accordo, ma poi non se ne fece più niente. Più di qualcuno, però, mi ha confidato la convinzione che una Lobosco sia solo l’intelligente prodotto di una penna arguta e che, invece, la realtà sia diversa. Be’, non è così. A parte le normali caratterizzazioni romanzesche, il dialetto barese (che è sicuramente uno dei più divertenti, e Checco Zalone, Pinuccio, Uccio de Santis e altri lo confermano) e la sospensione dell’incredulità del lettore/spettatore (cosa fisiologica quando si parla di fiction), nella Polizia di Stato le Lolite esistono eccome. Ne conosco varie.

Sono colleghe decise, che comandano uffici composti da centinaia di persone, fanno i capi di Squadre Mobili, sono questori. Donne raffinate, impiegate nei più pericolosi servizi di ordine pubblico o nelle operazioni a rischio. E non è necessario, per una poliziotta Lolita-style, essere nubile, perché la maggior parte di loro sono regolarmente sposate con figli. E quando ci stai insieme, magari davanti a un tè, sfoggiano cultura e dolcezza. Credetemi sulla parola, conosco donne in divisa attraenti e affascinanti come e più di Luisa Ranieri. È chiaro, nomi non ne faccio neanche sotto tortura.  

Non ricordo di aver mai assistito ad atteggiamenti maschilisti nei confronti di queste colleghe, se non in un’occasione. Era una riunione di un certo rilievo e vi partecipai con le due colleghe responsabili degli uffici competenti, quando a un tratto qualcuno (non appartenente alla Polizia) esclamò scherzosamente: “Eh, il questore si è portato le veline!” Siccome erano due funzionarie di polizia, e per quanto la persona stesse scherzando, la battuta fu censurata e lui si scusò.

Durante la presentazione di un mio romanzo, in cui i personaggi del prefetto e del questore sono donne, chi moderava chiese: “Come mai in questo romanzo i massimi vertici dello stato sono rappresentati da due figure femminili?” Sinceramente caddi dalle nuvole. Non capivo quella domanda, e risposi che nella mentalità delle forze dell’ordine è normalissimo che un questore, un procuratore della Repubblica o un prefetto siano donne. Ecco, alle volte ho la sensazione che certi preconcetti, che molti ritengono tipici di corpi tradizionalmente maschili, appartengano invece a chi ne è fuori.

Lo dico sempre, è difficile conoscere davvero la mentalità delle forze dell’ordine, è un microcosmo difficilmente penetrabile, sia per quanto riguarda la presenza delle donne sia per molti altri settori. Questo è il motivo per cui scrivo i miei romanzi con il desiderio di inserirvi quel tocco di realismo che consenta al lettore di immedesimarsi in uno sbirro vero. Besos, alla prossima

E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE / 2

E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE / 2

Nei mesi che passarono fra la pubblicazione di “Formicae” e “La Lupa”, capitò qualcosa di molto importante che non aveva a che fare con i libri, ma con la vita. Il 4 luglio del 2017 compii 63 anni, perciò avevo raggiunto il limite massimo della permanenza in servizio. Oltre quell’età non potevo andare e la pensione mi aspettava a braccia aperte. Ma, devo dire la verità, era una pensione particolare, perché lasciavo la Polizia di Stato e abbracciavo la carriera non dico di scrittore – che è pur sempre un’attività artistica impegnativa e altisonante – ma di autore di fiction sì.

Fu un momento davvero particolare, credetemi. Il 31 luglio del 2017 consegnai distintivo e pistola, mi infilai nella Volvo e salutai i miei quasi 36 anni di servizio e la città di Foggia, l’ultima sede, dove avevo fatto il questore per tre anni e mezzo. Imboccando l’autostrada, in pochi secondi rividi con la mente tutte le città in cui avevo prestato servizio; ripensai ai tanti rischi corsi, agli interventi sulle rapine, alla tensione che si genera quando qualcuno si barrica armato in casa o nelle attese di un ritrovamento di stupefacenti, nei momenti concitati della cattura di un latitante o quando, in un servizio di ordine pubblico, vedi avanzare verso di te centinaia di persone che ti odiano armati di mazze e molotov.
Ma se un mondo se ne andava, un altro sopraggiungeva. Formicae era stato pubblicato nel gennaio del 2017, perciò concludere la carriera in Polizia nell’agosto dello stesso anno consentiva di accavallare le due cose. Ricordo bene il senso di rilassamento del sistema nervoso dopo aver lasciato il servizio. Non più chiamate urgenti, lo stomaco si era disteso e, diciamolo, ero soddisfatto: lasciavo una carriera ambita, desiderata e, ritengo, dignitosa, chiusa come questore di una sede importante, e contemporaneamente iniziava un’altra carriera altrettanto ambita e importante nel mondo dei libri. Ero contento di quello che avevo combinato in quei – come direbbe De Niro in un film di Scorsese – “fottuti” trentasei anni.

Così nel novembre del 2017 cominciai a lavorare al seguito di Formicae, cioè a quel romanzo che poi sarebbe diventato, semplicemente, “La Lupa”. A venerdì prossimo, amigos: qua non ci fermiamo mai. Besos. Piernik

E DOPO LE FORMICHE ARRIVARONO LE LUPE/1

Dopo il simpatico successo di “Formicae”, presentato un po’ in tutto il paese in festival importanti e in qualche programma televisivo, giunsero varie richieste di fiction/film/serie tv da trarre dal romanzo e con protagonista Renzo Bruni. Il mondo del cinema e della televisione è complesso, e da allora queste richieste sono diventate continue (sulla base del principio secondo cui chiedere è facile, fare è un’altra cosa), un leit motiv surreale che non ha mai portato a niente. Comunque sia, dopo Formicae firmammo un accordo con una casa di produzione per una serie televisiva, ma la condizione era di ambientare i libri successivi ancora a Foggia, calati nell’ambiente della criminalità organizzata locale e con Zio Teddy in circolazione. Fu in quell’occasione, e in altre di seguito, che mi resi conto che quel personaggio così perverso era ormai indelebile nella mente di molti. La firma di quel contratto ebbe due conseguenze. La prima fu la sceneggiatura dell’ipotetica serie tv: un disastro. Avevano preso il romanzo e, semplicemente, ne avevano completamente cambiato la trama ridicolizzandola, così la sera in cui lessi il soggetto dovetti prendere uno Xanax. La seconda conseguenza fu che ebbi necessità di dover scrivere il seguito di Formicae, con Bruni, Zio Teddy e la criminalità foggiana. Questa cosa che in Puglia, ormai da qualche anno diventata la regione più trendy del paese, vi fossero, oltre che spiagge e aperitivi, anche una mafia crudele e vari omicidi aveva affascinato i produttori, che si erano convinti che queste contraddizioni avrebbero affascinato anche gli spettatori. Spinto da questa specie di obbligo, scrissi il seguito di Formicae. Ovviamente non potevo farne un romanzo fotocopia del primo, per cui creai un’evoluzione della storia, come fanno gli sceneggiatori delle serie tv Netflix o Sky. La trama era sostanzialmente una battaglia senza esclusione di colpi fra Bruni e la Società foggiana, ma in quel romanzo modificai il tipo di narrazione e usai il presente in terza persona. Il presente dà pathos al lettore, crea delle emozioni immediate, lo fa sentire “dentro” l’azione. Per quel libro, inoltre, utilizzai uno stile un po’ ironico, quasi scanzonato, di cui però in seguito avrei fatto a meno per tornare a una scrittura più livida, più tipicamente mia. Così nacque “La Lupa”, un titolo che evoca Verga e che fu scelto da Antonio Riccardi. La Lupa del libro è una donna forte, moglie di un boss della mala del Gargano, una donna che a un certo punto diventa di fatto il boss di un clan e ingaggia una feroce battaglia con lo stato. E’ lungo quasi 500 pagine ma scorre velocissimo, forse anche troppo, come mi disse una lettrice. Secondo lei andava talmente veloce che la spinta a voltare pagina travolgeva il gusto della lettura. Di questo consiglio feci tesoro, come faccio di tutti i consigli che ricevo da esperti e da lettori. I lettori hanno il vero istinto del thriller. L’esperto spesso ha un occhio troppo professionale e può farti commettere degli errori, come infatti è successo. È il lettore amante del noir, invece, che ha l’istinto puro, è lui che involontariamente ti dà le dritte migliori. D’altronde non ho mai seguito un corso di scrittura, e se riesco a scrivere romanzi è solo grazie a questa mia abitudine di rubare il mestiere agli altri, che siano autori, editor, esperti, critici o, soprattutto, lettori. Dimenticavo: della fiction non se ne è fatto più niente, per fortuna. L’idea che una mia storia finisse alle 21,15 completamente stravolta per compiacere il pubblico, era più ridicola che penosa. Alla prossima, besos  

E POI FURONO LE FORMICHE/2

Come vi ho preannunciato martedì scorso, questa che racconto ora è la parte più affascinante della storia di Formicae e Renzo Bruni. Insomma, era il 2015 e avevo finito il romanzo. Chiesi al mio grande amico Alan D. Altieri, che per tutti noi era solo Sergione, di darci un’occhiata. Lo fece e mi sembrò soddisfatto, tanto da averlo perfino editato. Ora, come sapete, veniva la parte più difficile. Non pubblicavo dal 2010, Cairo mi aveva schifato, con Fazi non era più il caso. Così il romanzo finì, con un titolo diverso da quello che poi sarebbe stato il definitivo, a tre case editrici (di cui non faccio il nome), che risposero così: 1)bello, ma non hai un nome importante, mentre noi pubblichiamo solo autori famosi (come la D’urso e Al bano?) 2) bello, ma troppo trasgressivo 3) bello, ma troppo poco trasgressivo. Fantastico, no? Ma niente di strano, me lo aspettavo e mi misi l’animo in pace. Ero certo che quella storia non avrebbe mai visto la luce e decisi che la mia breve carriera di scrittore sarebbe finita lì. Non mi andava di scrivere romanzi così complessi per poi essere sbeffeggiato da rifiuti così “motivati”.  Molti mesi passarono, poi il 4 luglio del 2016 (che, fra le altre cose, era il giorno del mio compleanno), mi chiamò Alan D. Altieri. «Nik» disse. «Ieri ho visto Riccardo Cavallero e Antonio Riccardi. Hanno fondato una nuova casa editrice e vorrebbero iniziare le pubblicazioni a gennaio, ma con un thriller. Mi ha detto Cavallero che non vuole sentire parlare di pedofili e serial killer, e io invece gli ho mandato il tuo ultimo romanzo, che parla proprio di questo. Alle sue rimostranze gli ho detto “Prima leggilo, poi ne riparliamo.”» Ho ringraziato Alan, ma quando si è reso conto che io credevo che quei due signori fossero dei giovani kamikaze che si lanciavano senza rete nel “dorato” mondo dell’editoria italiana, ha specificato: «Ho dimenticato di dirti che, fino all’anno scorso, Cavallero era il direttore generale della Mondadori e amministratore delegato dell’Einaudi, mentre Riccardi era il direttore editoriale della Mondadori. Cioè due dei massimi esperti di libri in questo paese.» Ovviamente la cosa mi gratificò, ma mi sentii anche frustrato: figuriamoci se due figure di spicco come quelle potevano essere interessate al mio romanzo “trasgressivo/non trasgressivo e scritto da uno sconosciuto”. «Be’, grazie, Sergione… » risposi sconsolato. «Chissà quando riuscirò ad avere una risposta, mesi? Anni?» «Certo» disse lui. «Sai come sono queste cose, sono molto lunghe.» Tornai alla mia quotidianità, mettendo da parte anche quell’ultimo breve sogno.

Poi successe una cosa incredibile. La mattina dell’11 luglio, cioè sette giorni dopo la chiacchierata con Alan D. Altieri, mi chiamò Maria Paola Romeo, la mia agente, per dirmi che Riccardo Cavallero aveva letto il romanzo, ne era rimasto entusiasta e aveva deciso di pubblicarlo come primo libro della neo-casa editrice. Era cambiato tutto. Credetemi, se uno che tiene a casa i regali di Gabriel Garcia Marquez e chiama al cellulare Ken Follet, ti dice che il tuo romanzo gli è piaciuto parecchio, be’, ti senti gratificato. Il titolo Formicae lo decise poi Antonio Riccardi, la bellissima copertina con le formiche che stringono è di Giacomo Callo. Come capita, la mia vita nuova si inaugurò con uno scivolone pauroso davanti alla sede della casa editrice che mi è costata la frattura scomposta dell’omero destro più due interventi chirurgici e un anno di placca e otto viti al braccio destro. Infatti quando, nel gennaio 2017, presentammo a Foggia la prima di Formicae e della casa editrice, avevo la faccia a pezzi per il dolore al braccio, ma il cuore in festa. Vedete com’è la vita? Per un colpo di fortuna (Altieri che pensa di mandare il mio libro a Riccardo Cavallero), cominciavo una nuova avventura alla bella età di 62 anni. Dopo quattro mesi Alan D’ Altieri, “Sergione”, moriva di infarto: mi aveva sistemato, poi era uscito di scena. L’avevo detto che questa era la parte più affascinante e romanzesca della mia storia letteraria, quella in cui capisci che devi sempre provarci, provarci, provarci, con la testa più dura di quella un pastore irlandese. La casa editrice di Riccardo Cavallero, con cui poi è nata una grande amicizia, è partita senza più fermarsi. L’anno scorso il mio Gli Illegali ha vinto il Selezione Bancarella, quest’anno Roberto Venturini è nella dozzina dello Strega. Dimenticavo: si chiama SEM, Società Editrice Milanese, oggi pubblica Davide Leavitt e Kahked Hosseini. E questo perché Ricky non voleva pubblicare libri su serial killer e pedofili… vero? 😉 Besos, alla prossima. Piernik

E POI FURONO LE FORMICHE / 1

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Dopo aver creato il mio “eroe”, cioè Renzo Bruni, era necessario inventare una trama. Decisi per una storia di serial killer, ma con una variazione: ci avrei infilato in mezzo la criminalità organizzata e lo avrei ambientato a Foggia, la mia città. Però era necessario anche creare il cattivo, così presi a modello un serial killer davvero esistente e nacque quel  farabutto di Diego Pastore. Vi dirò la verità: il nome fu un omaggio a un amico di nome Diego, cui avevo promesso un ruolo in un mio romanzo, e poi è un nome spagnoleggiante che resta impresso. Il cognome Pastore, invece, mi serviva per questioni di trama, e a questo proposito vi svelerò un mio piccolo segreto: quando dovete dare un nome a un personaggio importante, specie se è il cattivo, cercate sempre di dargli un cognome che abbia un significato: se uno si chiama, per esempio, Cravero, be’ resterà sempre Cravero, ma se si chiama, sempre per esempio, Martelli, allora puoi costruirgli un mondo addosso, cosa che nello sviluppo della trama può sempre tornare utile. Lo soprannominai Zio Teddy, era molto inquietante. Se uno uccide bambini e si fa chiamare Zio, ammetterete che fa particolarmente schifo. Teddy poi mi ricordava Teddy boys e l’orsetto Teddy Bear, insomma, fra zio e Teddy, questo nomignolo non solo era ributtante, ma si ricordava anche bene. Mi venne in testa di fargli avere una patologia psichica. In un romanzo di Ammaniti c’era un personaggio che, dopo un infarto, non riusciva più a muoversi e si sentiva attraversare il corpo da un  milione di formiche. Mi piacque e decisi che Zio Teddy sarebbe stato preda della sindrome di Ekbom, detta anche delirio der­matozoico, una psicosi per cui la vittima si sente invaso da insetti e la sua vita regolata da loro. Infine dovevo scegliere lo stile della narrazione: prima o terza persona? Passato remoto o presente? Feci una scelta molto particolare, e le parti di Bruni le narrai al passato remoto in prima persona, mentre quelle di Diego Pastore/Zio Teddy, i cui capitoli si intrecciavano con quelli di Bruni, le narrai in terza persona, sempre al passato. Fu una decisione azzardata, ma – incredibilmente – nessuno se ne è mai lamentato, anzi. Be’, ora comincia il capitolo più affascinante di questa storia, ma per ragioni di spazio lo rimando alla prossima volta. Besos / SEGUE

CADERE E SAPER RIALZARSI: NASCITA DI UN PERSONAGGIO / 2

SEGUE. Avevo quindi la necessità di creare un poliziotto che fosse un po’ il mio “eroe”. Non sono incline, purtroppo, alle cose ironiche e leggere (di cui comunque c’è grande abbondanza televisiva e letteraria), perciò il mio sbirro doveva avere due caratteristiche: essere vero e realistico da un lato, e inoltre non doveva somigliare ad altri poliziotti presenti nelle librerie e sugli schermi. Sono un lettore di Michael Connelly e mi era sempre piaciuto il suo Harry Bosch, detective della Omicidi del LAPD. Uno deciso ma con dei problemi nella vita privata, una persona perbene che fa un mestiere difficile in una megalopoli come Los Angeles. In Italia mancava una figura simile – siamo zeppi di commissari simpatici e profiler RIS-CSI, no? – così modellai il mio sbirro di carta su un personaggio simile al detective di Connelly. Volevo evitare di fossilizzarlo in un luogo specifico e, forte della mia frequentazione assidua degli uffici del ministero dell’Interno, decisi che gli avrei fatto dirigere una divisione dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, che ha come competenza territoriale tutto il paese. Il mio uomo non avrebbe agito a Napoli, Bari, Milano o Roma ma in tutta l’Italia, cosa che mi avrebbe dato la libertà di esplorare vizi e virtù del nord, del centro, del sud e delle isole. Lo avrei anche liberato dei dialettismi, perché ogni volta che leggo o sento in tv un personaggio che dice  «marescia’», mi sembra di essere al mercato del pesce. Gli avrei affiancato dei validi colleghi, poi c’era da scegliere i dati personali. Fedele alla logica dei conflitti che anima ogni buon thriller, decisi che sarebbe stato un efficiente bergamasco che vive e lavora a Roma e nel sud, cosa interessante e che potevo fare senza problemi, essendo io pugliese puro. In ultimo il nome. Non volevo un tipico cognome bergamasco, troppo facile (non so se lo avete capito, ma la vita mi piace complicarmela). Volevo un cognome breve e che si ricordasse ma anche diffuso, e un nome comune ma allo stesso tempo breve e nobile.

Fu così che nacque Renzo Bruni.

CADERE E SAPER RIALZARSI: NASCITA DI UN PERSONAGGIO

Sembrava tutto bello, ma gli errori si pagano. I tre romanzi pubblicati erano nati da differenti esigenze. Per “Un assassino qualunque” era necessario scrivere una storia che mi consentisse di farlo pubblicare, per “L’ultimo indizio” c’era stata una espressa richiesta dell’editore, mentre per “Gli anni nascosti” dovevo soddisfare un mio antico desiderio. Fu un errore, l’inesperienza mi aveva tratto in inganno. I tre libri appartenevano a generi totalmente diversi: nel primo c’è la caccia a un serial killer pedofilo, nel secondo la cattura di un latitante di mafia e nel terzo una spy-story italiana, e tutto questo ha confuso i lettori. Dopo “Un assassino” avrei dovuto restare sul thriller puro, così, per farla breve, dopo il 2010 non ho pubblicato più. Una volta resomi conto degli sbagli commessi – testa dura, la mia – cercai di riparare. Dovevo tornare al genere che più sentivo e sento mio, cioè il thriller puro, ma questa volta in modo deciso e definitivo. Ora bisognava inventare il personaggio, “l’eroe”. Lo volevo seriale, uno cui il pubblico si affezionasse. Su cosa facesse nella vita ebbi pochi dubbi: in un mondo di Montalbani, Schiavoni, Ricciardi e Bastardi vari, io sentivo di avere un grosso vantaggio perché, parlando di indagini, sapevo cosa scrivere. Avendone svolto molte anche delicate, mi sarebbe stato facile condurre il lettore in vicende di fantasia ma realistiche. So come nella realtà ragionano sbirri, pregiudicati, magistrati, carabinieri, e so cosa si prova davanti al cadavere di una persona accoltellata, conosco le lacrime dei parenti delle vittime, so quale potente tensione si provi quando devi intervenire con la pistola in pugno. Forte di questo bagaglio di esperienze, mi decisi: il “mio personaggio” sarebbe stato, ovviamente, un poliziotto. Chi fosse, dove prestasse servizio e tutto il resto – molti di voi sanno di cosa parlo – lo rimando al post di martedì prossimo. Nella foto qui sotto, una mia vecchissima ipotesi di copertina e possibili titoli del romanzo, poi completamente modificati da chi ne sapeva più di me. Besos P.S. / SEGUE

LA SPIA E I GOLPISTI/1

Negli anni ’80 comprai un libro di Edward Luttwak dal titolo “Strategia del colpo di stato”, in cui si spiegava per filo e per segno come portare a termine un golpe militare (non era altro che  un adattamento dei manuali della CIA con cui erano stati pilotati i golpe in Argentina e in Cile): lo presi perché, conoscendomi, sapevo che un giorno mi sarebbe stato utile, e ovviamente non per progettare un colpo di stato. Infatti nel 2009, dopo aver pubblicato “Un assassino qualunque” e “L’ultimo indizio”, decisi di scrivere la storia dei miei sogni: se “Un assassino” e “L’ultimo” ero stato praticamente “costretto” a scriverli (il primo per essere pubblicato, il secondo per esplicita richiesta dell’editore) questo era il libro che desideravo scrivere da sempre. Unii una trama spionistica alla John leCarrè e il libro di Luttwak, e venne fuori quello che fu pubblicato da Cairo nel 2010 con il titolo “Gli anni nascosti”. Il romanzo aveva due filoni che, come in quasi tutti i miei libri, si intrecciavano di continuo. Il primo era relativo a una spia di una potenza straniera in sonno che, dopo la II guerra mondiale, si era infiltrata nella politica italiana gestendola in relazione alle utilità di quella potenza. Il secondo, invece, si basava su un gruppo di militari, massoni, faccendieri vari e politici venduti che ordivano un golpe per prendere il potere in Italia (il libro di Luttwak mi fu utile per questo). In mezzo c’era Antonio Lami, l’agente dell’intelligence italiana che molti conoscono come partner di Renzo Bruni. Come un campione di scacchi, Lami gioca la sua partita con la spia e i golpisti, fino a… Non lo dico, è un romanzo troppo intrigante per svelarlo. Nell’editing avvenne, non so in base a quale presunto potere divino, che il mio stile deciso si trasformasse in una scrittura all’acqua fresca (cosa che mi fece incazzare moltissimo), inoltre l’editore ne ignorò del tutto la promozione: il libro scomparve senza aver praticamente venduto niente. L’anno dopo chiamai l’editore e una dipendente, di cui ricordo il nome, mi disse questa gentilissima frase: “Non ti vogliamo più con noi.” Bene: scaduti i diritti con Cairo, ho rimesso mano al libro riportandolo al mio consueto stile narrativo. E’ stato ripubblicato da SEM con il titolo “LA RETE KSENOFONT”, e finalmente oggi sta facendo la sua strada. Contrariamente alle mie consuetudini, vi consiglio di scaricare questo romanzo perché in quelle pagine è rivisitata la storia del nostro paese ed è molto accattivante. Esiste solo in ebook, purtroppo, ma se volete lo trovate qui: https://www.amazon.it/Rete-Ksenofont-Piernicola-Silvis-ebook/dp/B07W98HJ3L/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=QDJY5F33FE3B&dchild=1&keywords=la+rete+ksenofont&qid=1614947907&sprefix=la+rete+ks%2Caps%2C229&sr=8-1

LA CATTURA DEL BOSS/2/SEGUE

Torno a “L’ultimo indizio”, il romanzo in cui racconto la cattura del boss di Cosa Nostra Piddu Madonia, avvenuta il 6 settembre del 1992 e che ha chiuso gli anni della sua latitanza. Dopo essermi ispirato in “Un assassino qualunque” a uno stile di scrittura senza fronzoli, alla Frederick Forsyth, in “L’ultimo indizio” mi accostai finalmente a quello stile personale che mi ha accompagnato fino a oggi, fatto di una narrazione decisa ma tenue, meno arrogante. C’è una cosa che amo fare quando scrivo: non spiego, al lettore voglio “mostrare” il più possibile. Forse per questo spesso mi dicono che ho una narrazione cinematografica, perché sembra di vedere delle scene, non dei paragrafi. Non so se è un bene o un male, ma l’istinto mi porta a scrivere così, e proprio in “L’ultimo indizio” questa caratteristica mi è stata di aiuto. Infatti oltre la descrizione delle fasi concitate del nostro intervento armato, era necessario descrivere anche i miei contatti con Madonia. Sapete, non era facile per uno come me viaggiare con uno degli imputato di stragi terribili, ultime delle quali, circa due mesi prima, quelle di Falcone, Borsellino e dei dieci colleghi. Durante il viaggio a Roma con lui ho parlato di varie cose, e, detto fra noi, è stato sempre estremamente educato. Mai una parola fuori posto. Nello scrivere il libro mi trovai, perciò, davanti a una scelta: se avessi descritto il boss come persona educata, probabilmente sarei passato per uno che esaltava la mafiosità. Se invece avessi descritto Madonia come un criminale assetato di sangue, avrei detto il falso. Entrambe le soluzioni non erano veritiere, così scelsi una strada diversa: avrei raccontato solo i fatti, senza aggettivi. E così ho fatto

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