E POI FURONO LE FORMICHE/2

Come vi ho preannunciato martedì scorso, questa che racconto ora è la parte più affascinante della storia di Formicae e Renzo Bruni. Insomma, era il 2015 e avevo finito il romanzo. Chiesi al mio grande amico Alan D. Altieri, che per tutti noi era solo Sergione, di darci un’occhiata. Lo fece e mi sembrò soddisfatto, tanto da averlo perfino editato. Ora, come sapete, veniva la parte più difficile. Non pubblicavo dal 2010, Cairo mi aveva schifato, con Fazi non era più il caso. Così il romanzo finì, con un titolo diverso da quello che poi sarebbe stato il definitivo, a tre case editrici (di cui non faccio il nome), che risposero così: 1)bello, ma non hai un nome importante, mentre noi pubblichiamo solo autori famosi (come la D’urso e Al bano?) 2) bello, ma troppo trasgressivo 3) bello, ma troppo poco trasgressivo. Fantastico, no? Ma niente di strano, me lo aspettavo e mi misi l’animo in pace. Ero certo che quella storia non avrebbe mai visto la luce e decisi che la mia breve carriera di scrittore sarebbe finita lì. Non mi andava di scrivere romanzi così complessi per poi essere sbeffeggiato da rifiuti così “motivati”.  Molti mesi passarono, poi il 4 luglio del 2016 (che, fra le altre cose, era il giorno del mio compleanno), mi chiamò Alan D. Altieri. «Nik» disse. «Ieri ho visto Riccardo Cavallero e Antonio Riccardi. Hanno fondato una nuova casa editrice e vorrebbero iniziare le pubblicazioni a gennaio, ma con un thriller. Mi ha detto Cavallero che non vuole sentire parlare di pedofili e serial killer, e io invece gli ho mandato il tuo ultimo romanzo, che parla proprio di questo. Alle sue rimostranze gli ho detto “Prima leggilo, poi ne riparliamo.”» Ho ringraziato Alan, ma quando si è reso conto che io credevo che quei due signori fossero dei giovani kamikaze che si lanciavano senza rete nel “dorato” mondo dell’editoria italiana, ha specificato: «Ho dimenticato di dirti che, fino all’anno scorso, Cavallero era il direttore generale della Mondadori e amministratore delegato dell’Einaudi, mentre Riccardi era il direttore editoriale della Mondadori. Cioè due dei massimi esperti di libri in questo paese.» Ovviamente la cosa mi gratificò, ma mi sentii anche frustrato: figuriamoci se due figure di spicco come quelle potevano essere interessate al mio romanzo “trasgressivo/non trasgressivo e scritto da uno sconosciuto”. «Be’, grazie, Sergione… » risposi sconsolato. «Chissà quando riuscirò ad avere una risposta, mesi? Anni?» «Certo» disse lui. «Sai come sono queste cose, sono molto lunghe.» Tornai alla mia quotidianità, mettendo da parte anche quell’ultimo breve sogno.

Poi successe una cosa incredibile. La mattina dell’11 luglio, cioè sette giorni dopo la chiacchierata con Alan D. Altieri, mi chiamò Maria Paola Romeo, la mia agente, per dirmi che Riccardo Cavallero aveva letto il romanzo, ne era rimasto entusiasta e aveva deciso di pubblicarlo come primo libro della neo-casa editrice. Era cambiato tutto. Credetemi, se uno che tiene a casa i regali di Gabriel Garcia Marquez e chiama al cellulare Ken Follet, ti dice che il tuo romanzo gli è piaciuto parecchio, be’, ti senti gratificato. Il titolo Formicae lo decise poi Antonio Riccardi, la bellissima copertina con le formiche che stringono è di Giacomo Callo. Come capita, la mia vita nuova si inaugurò con uno scivolone pauroso davanti alla sede della casa editrice che mi è costata la frattura scomposta dell’omero destro più due interventi chirurgici e un anno di placca e otto viti al braccio destro. Infatti quando, nel gennaio 2017, presentammo a Foggia la prima di Formicae e della casa editrice, avevo la faccia a pezzi per il dolore al braccio, ma il cuore in festa. Vedete com’è la vita? Per un colpo di fortuna (Altieri che pensa di mandare il mio libro a Riccardo Cavallero), cominciavo una nuova avventura alla bella età di 62 anni. Dopo quattro mesi Alan D’ Altieri, “Sergione”, moriva di infarto: mi aveva sistemato, poi era uscito di scena. L’avevo detto che questa era la parte più affascinante e romanzesca della mia storia letteraria, quella in cui capisci che devi sempre provarci, provarci, provarci, con la testa più dura di quella un pastore irlandese. La casa editrice di Riccardo Cavallero, con cui poi è nata una grande amicizia, è partita senza più fermarsi. L’anno scorso il mio Gli Illegali ha vinto il Selezione Bancarella, quest’anno Roberto Venturini è nella dozzina dello Strega. Dimenticavo: si chiama SEM, Società Editrice Milanese, oggi pubblica Davide Leavitt e Kahked Hosseini. E questo perché Ricky non voleva pubblicare libri su serial killer e pedofili… vero? 😉 Besos, alla prossima. Piernik

E POI FURONO LE FORMICHE / 1

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Dopo aver creato il mio “eroe”, cioè Renzo Bruni, era necessario inventare una trama. Decisi per una storia di serial killer, ma con una variazione: ci avrei infilato in mezzo la criminalità organizzata e lo avrei ambientato a Foggia, la mia città. Però era necessario anche creare il cattivo, così presi a modello un serial killer davvero esistente e nacque quel  farabutto di Diego Pastore. Vi dirò la verità: il nome fu un omaggio a un amico di nome Diego, cui avevo promesso un ruolo in un mio romanzo, e poi è un nome spagnoleggiante che resta impresso. Il cognome Pastore, invece, mi serviva per questioni di trama, e a questo proposito vi svelerò un mio piccolo segreto: quando dovete dare un nome a un personaggio importante, specie se è il cattivo, cercate sempre di dargli un cognome che abbia un significato: se uno si chiama, per esempio, Cravero, be’ resterà sempre Cravero, ma se si chiama, sempre per esempio, Martelli, allora puoi costruirgli un mondo addosso, cosa che nello sviluppo della trama può sempre tornare utile. Lo soprannominai Zio Teddy, era molto inquietante. Se uno uccide bambini e si fa chiamare Zio, ammetterete che fa particolarmente schifo. Teddy poi mi ricordava Teddy boys e l’orsetto Teddy Bear, insomma, fra zio e Teddy, questo nomignolo non solo era ributtante, ma si ricordava anche bene. Mi venne in testa di fargli avere una patologia psichica. In un romanzo di Ammaniti c’era un personaggio che, dopo un infarto, non riusciva più a muoversi e si sentiva attraversare il corpo da un  milione di formiche. Mi piacque e decisi che Zio Teddy sarebbe stato preda della sindrome di Ekbom, detta anche delirio der­matozoico, una psicosi per cui la vittima si sente invaso da insetti e la sua vita regolata da loro. Infine dovevo scegliere lo stile della narrazione: prima o terza persona? Passato remoto o presente? Feci una scelta molto particolare, e le parti di Bruni le narrai al passato remoto in prima persona, mentre quelle di Diego Pastore/Zio Teddy, i cui capitoli si intrecciavano con quelli di Bruni, le narrai in terza persona, sempre al passato. Fu una decisione azzardata, ma – incredibilmente – nessuno se ne è mai lamentato, anzi. Be’, ora comincia il capitolo più affascinante di questa storia, ma per ragioni di spazio lo rimando alla prossima volta. Besos / SEGUE

CADERE E SAPER RIALZARSI: NASCITA DI UN PERSONAGGIO / 2

SEGUE. Avevo quindi la necessità di creare un poliziotto che fosse un po’ il mio “eroe”. Non sono incline, purtroppo, alle cose ironiche e leggere (di cui comunque c’è grande abbondanza televisiva e letteraria), perciò il mio sbirro doveva avere due caratteristiche: essere vero e realistico da un lato, e inoltre non doveva somigliare ad altri poliziotti presenti nelle librerie e sugli schermi. Sono un lettore di Michael Connelly e mi era sempre piaciuto il suo Harry Bosch, detective della Omicidi del LAPD. Uno deciso ma con dei problemi nella vita privata, una persona perbene che fa un mestiere difficile in una megalopoli come Los Angeles. In Italia mancava una figura simile – siamo zeppi di commissari simpatici e profiler RIS-CSI, no? – così modellai il mio sbirro di carta su un personaggio simile al detective di Connelly. Volevo evitare di fossilizzarlo in un luogo specifico e, forte della mia frequentazione assidua degli uffici del ministero dell’Interno, decisi che gli avrei fatto dirigere una divisione dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, che ha come competenza territoriale tutto il paese. Il mio uomo non avrebbe agito a Napoli, Bari, Milano o Roma ma in tutta l’Italia, cosa che mi avrebbe dato la libertà di esplorare vizi e virtù del nord, del centro, del sud e delle isole. Lo avrei anche liberato dei dialettismi, perché ogni volta che leggo o sento in tv un personaggio che dice  «marescia’», mi sembra di essere al mercato del pesce. Gli avrei affiancato dei validi colleghi, poi c’era da scegliere i dati personali. Fedele alla logica dei conflitti che anima ogni buon thriller, decisi che sarebbe stato un efficiente bergamasco che vive e lavora a Roma e nel sud, cosa interessante e che potevo fare senza problemi, essendo io pugliese puro. In ultimo il nome. Non volevo un tipico cognome bergamasco, troppo facile (non so se lo avete capito, ma la vita mi piace complicarmela). Volevo un cognome breve e che si ricordasse ma anche diffuso, e un nome comune ma allo stesso tempo breve e nobile.

Fu così che nacque Renzo Bruni.

CADERE E SAPER RIALZARSI: NASCITA DI UN PERSONAGGIO

Sembrava tutto bello, ma gli errori si pagano. I tre romanzi pubblicati erano nati da differenti esigenze. Per “Un assassino qualunque” era necessario scrivere una storia che mi consentisse di farlo pubblicare, per “L’ultimo indizio” c’era stata una espressa richiesta dell’editore, mentre per “Gli anni nascosti” dovevo soddisfare un mio antico desiderio. Fu un errore, l’inesperienza mi aveva tratto in inganno. I tre libri appartenevano a generi totalmente diversi: nel primo c’è la caccia a un serial killer pedofilo, nel secondo la cattura di un latitante di mafia e nel terzo una spy-story italiana, e tutto questo ha confuso i lettori. Dopo “Un assassino” avrei dovuto restare sul thriller puro, così, per farla breve, dopo il 2010 non ho pubblicato più. Una volta resomi conto degli sbagli commessi – testa dura, la mia – cercai di riparare. Dovevo tornare al genere che più sentivo e sento mio, cioè il thriller puro, ma questa volta in modo deciso e definitivo. Ora bisognava inventare il personaggio, “l’eroe”. Lo volevo seriale, uno cui il pubblico si affezionasse. Su cosa facesse nella vita ebbi pochi dubbi: in un mondo di Montalbani, Schiavoni, Ricciardi e Bastardi vari, io sentivo di avere un grosso vantaggio perché, parlando di indagini, sapevo cosa scrivere. Avendone svolto molte anche delicate, mi sarebbe stato facile condurre il lettore in vicende di fantasia ma realistiche. So come nella realtà ragionano sbirri, pregiudicati, magistrati, carabinieri, e so cosa si prova davanti al cadavere di una persona accoltellata, conosco le lacrime dei parenti delle vittime, so quale potente tensione si provi quando devi intervenire con la pistola in pugno. Forte di questo bagaglio di esperienze, mi decisi: il “mio personaggio” sarebbe stato, ovviamente, un poliziotto. Chi fosse, dove prestasse servizio e tutto il resto – molti di voi sanno di cosa parlo – lo rimando al post di martedì prossimo. Nella foto qui sotto, una mia vecchissima ipotesi di copertina e possibili titoli del romanzo, poi completamente modificati da chi ne sapeva più di me. Besos P.S. / SEGUE

LA SPIA E I GOLPISTI/1

Negli anni ’80 comprai un libro di Edward Luttwak dal titolo “Strategia del colpo di stato”, in cui si spiegava per filo e per segno come portare a termine un golpe militare (non era altro che  un adattamento dei manuali della CIA con cui erano stati pilotati i golpe in Argentina e in Cile): lo presi perché, conoscendomi, sapevo che un giorno mi sarebbe stato utile, e ovviamente non per progettare un colpo di stato. Infatti nel 2009, dopo aver pubblicato “Un assassino qualunque” e “L’ultimo indizio”, decisi di scrivere la storia dei miei sogni: se “Un assassino” e “L’ultimo” ero stato praticamente “costretto” a scriverli (il primo per essere pubblicato, il secondo per esplicita richiesta dell’editore) questo era il libro che desideravo scrivere da sempre. Unii una trama spionistica alla John leCarrè e il libro di Luttwak, e venne fuori quello che fu pubblicato da Cairo nel 2010 con il titolo “Gli anni nascosti”. Il romanzo aveva due filoni che, come in quasi tutti i miei libri, si intrecciavano di continuo. Il primo era relativo a una spia di una potenza straniera in sonno che, dopo la II guerra mondiale, si era infiltrata nella politica italiana gestendola in relazione alle utilità di quella potenza. Il secondo, invece, si basava su un gruppo di militari, massoni, faccendieri vari e politici venduti che ordivano un golpe per prendere il potere in Italia (il libro di Luttwak mi fu utile per questo). In mezzo c’era Antonio Lami, l’agente dell’intelligence italiana che molti conoscono come partner di Renzo Bruni. Come un campione di scacchi, Lami gioca la sua partita con la spia e i golpisti, fino a… Non lo dico, è un romanzo troppo intrigante per svelarlo. Nell’editing avvenne, non so in base a quale presunto potere divino, che il mio stile deciso si trasformasse in una scrittura all’acqua fresca (cosa che mi fece incazzare moltissimo), inoltre l’editore ne ignorò del tutto la promozione: il libro scomparve senza aver praticamente venduto niente. L’anno dopo chiamai l’editore e una dipendente, di cui ricordo il nome, mi disse questa gentilissima frase: “Non ti vogliamo più con noi.” Bene: scaduti i diritti con Cairo, ho rimesso mano al libro riportandolo al mio consueto stile narrativo. E’ stato ripubblicato da SEM con il titolo “LA RETE KSENOFONT”, e finalmente oggi sta facendo la sua strada. Contrariamente alle mie consuetudini, vi consiglio di scaricare questo romanzo perché in quelle pagine è rivisitata la storia del nostro paese ed è molto accattivante. Esiste solo in ebook, purtroppo, ma se volete lo trovate qui: https://www.amazon.it/Rete-Ksenofont-Piernicola-Silvis-ebook/dp/B07W98HJ3L/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=QDJY5F33FE3B&dchild=1&keywords=la+rete+ksenofont&qid=1614947907&sprefix=la+rete+ks%2Caps%2C229&sr=8-1

LA CATTURA DEL BOSS/2/SEGUE

Torno a “L’ultimo indizio”, il romanzo in cui racconto la cattura del boss di Cosa Nostra Piddu Madonia, avvenuta il 6 settembre del 1992 e che ha chiuso gli anni della sua latitanza. Dopo essermi ispirato in “Un assassino qualunque” a uno stile di scrittura senza fronzoli, alla Frederick Forsyth, in “L’ultimo indizio” mi accostai finalmente a quello stile personale che mi ha accompagnato fino a oggi, fatto di una narrazione decisa ma tenue, meno arrogante. C’è una cosa che amo fare quando scrivo: non spiego, al lettore voglio “mostrare” il più possibile. Forse per questo spesso mi dicono che ho una narrazione cinematografica, perché sembra di vedere delle scene, non dei paragrafi. Non so se è un bene o un male, ma l’istinto mi porta a scrivere così, e proprio in “L’ultimo indizio” questa caratteristica mi è stata di aiuto. Infatti oltre la descrizione delle fasi concitate del nostro intervento armato, era necessario descrivere anche i miei contatti con Madonia. Sapete, non era facile per uno come me viaggiare con uno degli imputato di stragi terribili, ultime delle quali, circa due mesi prima, quelle di Falcone, Borsellino e dei dieci colleghi. Durante il viaggio a Roma con lui ho parlato di varie cose, e, detto fra noi, è stato sempre estremamente educato. Mai una parola fuori posto. Nello scrivere il libro mi trovai, perciò, davanti a una scelta: se avessi descritto il boss come persona educata, probabilmente sarei passato per uno che esaltava la mafiosità. Se invece avessi descritto Madonia come un criminale assetato di sangue, avrei detto il falso. Entrambe le soluzioni non erano veritiere, così scelsi una strada diversa: avrei raccontato solo i fatti, senza aggettivi. E così ho fatto

RINASCITA-SCOTT, UN MAXIPROCESSO IGNORATO DAI MEDIA: EPPURE LA ‘NDRANGHETA È DAPPERTUTTO

È sconcertante che  il processo “Rinascita Scott”, che da gennaio è in corso nell’aula bunker di  Lamezia Terme, sia sistematicamente ignorato dai media e dall’opinione pubblica. Pochi sanno di cosa si tratta, perciò è necessario rinfrescare la memoria. La procura di Catanzaro, Nicola Gratteri in primis, ha portato a giudizio 355 imputati, tutti affiliati alle cosche calabresi. È il più importante processo a un’organizzazione criminale mai celebrato in questo paese dopo il maxi processo a Cosa Nostra dell’86. La cortina di silenzio scesa su questo evento epocale però non stupisce. Per esperienza personale, una drammatica esperienza personale, so che da anni la mafia interessa poco alla politica. Tutto l’interesse è stato riversato sull’immigrazione e sulla possibile infiltrazione di terroristi islamici, un’attenzione ingigantita dai politici nostrani. Gli sforzi si sono ridotti solo al contrasto di un’immigrazione ormai ai minimi storici. Poi sono arrivati il Covid-19, gli attacchi dei dioscuri omonimi, i due “Matteo”, la crisi di governo. Ma, Covid a parte, i problemi veri, reali, sono altri. Si chiamano mafie, corruzione, evasione fiscale. La mafia è dimenticata, ma intanto i clan sottraggono 100 miliardi di euro all’anno alle casse dello stato. I mafiosi non si vedono, non si sentono, la gente tace per paura: evocare la mafia non è utile nelle cabine elettorali. Ci si preoccupa solo quando Cosa Nostra mette bombe in autostrada o nelle città mirando alla strage di uomini e donne dello stato. Per il resto sono considerate quasi un fenomeno tipico italiano, folcloristico, qualcosa di cui quasi non possiamo farne a meno. Il padrino di Coppola, il camorrista di Gomorra, il boss calabrese che brucia santini per dare la Santa, i gangster foggiani che buttano giù negozi e persone a suon di bombe e AK47. La politica snobba la lotta alla mafia, soprattutto quella calabrese. Questa è silente, ombrosa, impenetrabile, non fa chiasso, non uccide, non mette bombe, e non perché questi metodi non facciano parte del suo DNA, ma per una precisa strategia: meno si mostra, più viene ignorata. E la totale assenza di interesse pubblico per il processo Rinascita Scott dimostra che è una strategia purtroppo vincente. La forza morale di un paese consiste nel riuscire a colpire anche le ombre, se sono pericolose. L’Italia ci riesce? Per quello che ho appena detto, ci riesce poco, ma è già un ottimo risultato che, nonostante il generale blackout mediatico, comunque c’è un processo in atto: lo stato non ha ancora abdicato alla propria funzione. È vero che non se ne parla, ma ciò che è importante è che il processo sia in corso. La procura di Catanzaro è riuscita a portare alla sbarra gli affiliati dividendoli in vari filoni: quello principale presso il Tribunale di Vibo Valentia e che si terrà nell’aula bunker di Lamezia Terme (345 imputati), poi Tribunale di Catanzaro (6 imputati), Cosenza (4 imputati), Corte d’Assise di Catanzaro (13 imputati) e i riti abbreviati (91 imputati). Uno sforzo gigantesco di cui bisogna dare merito al procuratore Gratteri. Nicola Gratteri è uno che fa bene il suo mestiere, senza tirarsi indietro e sfidando le minacce. Oggi, in questo mondo di penosi grandi fratelli e live D’urso, fare fino in fondo il proprio dovere ti fa spiccare, ti fa diventare quasi un eroe. E allora diciamo pure senza retorica che Nicola Gratteri è un eroe. Un eroe della normalità: facendo il suo dovere è riuscito a portare alla sbarra parte della ‘Ndrangheta, e non l’Italia, ma il mondo intero dovrebbe ringraziarlo. Perché? Perché forse tu che leggi non sai cos’è davvero la ‘Ndrangheta. Perciò ora mettiti comodo e permettimi di spiegarti come funziona l’Onorata Società calabra, che ho conosciuto personalmente. Poi ne riparliamo. Dopo la norma che nel ’92 bloccò i pagamenti dei seque­stri di persona, i calabresi decisero di investire i miliardi acquisiti con i rapimenti nell’acquisto di coca dal Sudamerica. La vera origine dell’impero creato dalla mafia calabrese ha questa data precisa. Gli affari cominciarono ad andare bene, e la ‘Ndran­gheta invase l’Italia di cocaina. Conquistò la piazza di Mi­lano, poi di Torino, diventò monopolista in tutta l’Europa. La via privilegiata da cui passa la droga fra Messico ed Eu­ropa è il mare. Le navi partono dal Sudamerica, in partico­lare dal Venezuela, e puntano ai porti di Gioia Tauro e Rot­terdam. A Gioia Tauro spesso lasciano sequestrare cento o duecento chili di coca per distrarre i controllori, poi ne fanno passare a tonnellate in altri porti. Da mafia che odorava di formaggio, quella calabrese si è trasformata nella prima mafia europea e, forse, mondiale, grazie al predomi­nio nel traffico di stupefacenti. Dopo il periodo dei sequestri di persona, ai figli dei boss bastò poco per intuire che il futuro era nella droga, e in particolare nella cocaina. Dopo il ’92 alcuni di loro si recarono in Sudamerica dove, con abi­lità commerciale, cominciarono a intrattenere rapporti sempre più privile­giati con i gangster dei cartelli colombiani e messicani, fino a portare la mafia calabrese a quello che è oggi. Hanno vissuto in ville dorate in Messico, in Uruguay e altrove. Vivendo in zona potevano gestire i traffici in modo sicuro. La ‘Ndrangheta ha inviato in pianta stabile dei broker in Messico per gestire le continue richieste di coca. Uno di questi è Bruno Fuduli, che poi ha collaborato con la giustizia. Altri due sono Pasquale Locatelli, bergamasco, e Roberto Pannunzi, ro­mano. Entrambi sono in carcere, ma certamente ce ne sono altri che non conosciamo. La ‘Ndrangheta non ha broker solo in Messico e in Colombia. Ne ha anche in molte città italiane per trattare le compravendite di partite importanti di cocaina. Oggi la mafia calabrese è ovunque. A Milano pos­siede bar, ristoranti, alberghi, agenzie, centri commerciali, ed è infilata nella sanità, nelle banche, nelle bische, gestisce lo scambio di voti alle elezioni politiche e amministrative. Fra le sue fila ha uomini delle istituzioni, banchieri, notai, commercialisti, avvocati, diplomatici. D’altronde, l’organizzazione originaria, che ha le basi in Calabria e comanda attraverso il Crimine, non riu­scirebbe mai a muovere certe somme di denaro e fare acqui­sti nell’edilizia di mezzo mondo, se non si affidasse a pro­fessionisti qualificati. Le indagini hanno accertato che gli ‘ndranghetisti hanno stanze piene di banconote e passano le notti a contare soldi, ma poi quei soldi in qualche modo li devono ripulire. Perciò si met­tono nelle mani di commercialisti e avvocati, spesso setten­trionali, gente in grado di gestire il riciclaggio dei miliardi provenienti dalla cocaina. L’Onorata società calabrese – gli affiliati la chiamano così, non “’Ndrangheta” – adottano la strategia di vivere sott’acqua e di non farsi mai vedere. Non uc­cidono e non organizzano stragi, a meno che non sia stret­tamente necessario. E se devono farlo, lo fanno in silenzio: sparisci nel nulla e ti sciolgono nell’acido. Il fatto eclatante, come avvenne a Duisburg del 2007, con sei morti, è deciso solo in casi estremi, come in una faida. Perché nelle faide i morti non si nascondono, si esibiscono: l’onore si vendica con il sangue, e il sangue si deve vedere scorrere. Il sistema della ‘Ndrangheta or­mai va oltre la pura criminalità. I processi hanno dimo­strato che, quando fra il ’92 e il ’94 i calabresi diedero una mano a Cosa nostra nella strategia stragista dell’epoca, die­tro di loro c’era un impianto che andava al di là di Palermo e Reggio Calabria, e arrivava fino a Roma. Per pulire il fiume di denaro che introitano con la coca, i boss comprano tutto quello che pos­sono comprare. Investono in aziende che producono beni, e non solo a Milano e a Torino, ma in tutto il mondo. In Svizzera, Germania, Canada, Australia e Sudafrica, per fare alcuni esempi. I messicani la temono, ritengono che la mafia calabrese sia l’organizzazione più affidabile con cui combinare affari. Gli ‘ndranghetisti continuano ancora a praticare l’estorsione a negozi e a imprese, ma lo fanno solo per mantenere il con­trollo del territorio. Con i soldi introitati grazie alla droga, i duecento euro del ristorante dei Navigli o i cento dollari della pizzeria di Montreal per loro sono zero. Ma ri­scuotere il pizzo serve a incutere terrore e far sapere a tutti che loro, comunque, ci sono. Serve all’immagine. Le associazioni ma­fiose vivono anche del consenso del popolo, ol­tre che del timore che incutono. I boss costrui­scono case, campi sportivi, attività ricreative e molti li adorano. Non è un caso che i mafiosi calabresi siano i soli cui i cartelli sudamericani ricono­scono l’appellativo di “Don”. Sono gli unici par­tner davvero affidabili ha detto una volta Joaquín Archi­valdo Guzmán Loera. Il nome dice poco, probabilmente dice di più il suo soprannome: in Messico e negli States lo chiamano El Chapo, ed è il capo del cartello di Sinaloa, il più potente del globo. Una delle frasi-spot registrate nelle intercettazioni telefoniche dei boss calabresi è: “Il mondo si divide in due parti: quella che è Calabria e quella che lo diventerà”. E i calabresi per bene, che sono la stragrande maggioranza, sono i primi a desiderare che ciò non avvenga mai: non hanno nessuna voglia di dividere con chicchessia quella loro meravigliosa terra.

LA CATTURA DEL BOSS/1

Dopo il discreto successo dell’inquietante “Un assassino qualunque”, il problema fu: cosa scrivo adesso? Non potevo commettere sbagli. Era il 2007 e un giorno, parlando con l’editore, venne fuori il discorso di quando, il 6 settembre del 1992, catturammo il numero due di Cosa Nostra Giuseppe “Piddu” Madonia. Era il vice di Riina, latitante da anni ed era ricercato per le recenti stragi Falcone e Borsellino e per la maggior parte degli omicidi di Cosa Nostra. D’altronde, per il livello gerarchico altissimo che aveva nella cupola mondiale dell’organizzazione, non poteva non esserne corresponsabile. Raccontai all’editore l’operazione, ma non immaginavo che in quel momento la domanda su cosa scrivere dopo “Un assassino qualunque” avrebbe avuto la risposta. È vero, le fasi della cattura del boss erano assolutamente e totalmente cinematografiche, solo che non erano tratte da una fiction: erano realtà. L’editore si entusiasmò e mi chiese di scrivere quello che gli avevo appena raccontato, ma la richiesta mi spiazzò. In primo luogo perché non amo parlare delle mie cose, ho pudore dei miei momenti difficili, e vi posso assicurare che, al netto delle fascinazioni cineromanzesche, la cattura di Madonia ci fece passare dei quarti d’ora estremamente complicati e  assai poco affascinanti. Credetemi, una cosa è leggere un romanzo di Don Winslow o guardare una serie Netflix, un’altra è mettere il colpo in canna alla tua Beretta cal. 9 parabellum e dare il via a un blitz in cui sai che ti troverai davanti dei mafiosi che probabilmente  – di questo eravamo abbastanza sicuri – ci avrebbero puntato le armi addosso. E poi, a dire la verità, dopo “Un assassino qualunque” avrei voluto scrivere un’altra storia fiction noir. L’entusiasmo dell’editore però mi convinse e la cattura del boss diventò un libro pubblicato con il titolo “L’ultimo indizio”. Sembra una storia di Renzo Bruni, è vero. Ma lì c’ero io, non lui. Tutto iniziò così:

(Da “L’ultimo indizio”, Fazi 2008)

Ero in spiaggia, seduto a un tavolino del bar. Ero solo.

Sorseggiando un caffè shakerato guardavo l’orizzonte meditando su cose più o meno futili quando d’istinto, senza un motivo preciso, mi concentrai sul sole. C’era qualcosa che non andava, lo sentivo. Non era più quello dell’estate dei balli di gruppo e delle chiacchiere in riva al mare tirate fino al tramonto, magari con una caipiroska in mano. Non c’era da meravigliarsene, in fondo. Eravamo alla fine di agosto e i giorni del lavoro e delle nebbie padane stavano per ritornare, puntuali e grigi come sempre. Immaginai i tanti italiani che, nel garage dell’albergo o nel giardino della villetta al mare, si apprestavano ad accendere l’auto alzando gli occhi al cielo e sussurrando: “Si ricomincia”.

Era il ’92, e stavamo trascorrendo gli ultimi momenti di vacanza a Mattinata, una lunga spiaggia di sassi levigati del Gargano. Dal bar guardai Martina, mia moglie, che leggeva assorta un romanzo della Woolf, e Angelica, la nostra bambina di cinque anni, che passava il tempo a ridere e a tirare pietre in mare fra le occhiate severe dei vicini di ombrellone.

….

Un paio d’ore prima del tramonto, e senza particolare allegria, Martina disse ad Angi di fare ‘ciao ciao’ al mare. Prendemmo teli da spiaggia, giornali spiegazzati e salvagente, li caricammo sull’auto e ripartimmo per la villetta dei miei suoceri. Viaggiammo in silenzio, con i finestrini aperti. Il caldo era soffocante e, presi da una specie di istinto di conservazione, parlammo poco per risparmiare energie.

SEGUE

IL THRILLER “MALEDETTO”/FINE

Sincerità per sincerità: quando uscì nel 2006 “Un assassino qualunque”, mi dissi “Sarà un fallimento. Chi può credere che un serial killer pedofilo possa diventare prima sindaco e poi ministro?” E invece, potenza della fiction e dell’efficienza di Martina Donati, allora capo ufficio stampa dell’editore, il libro non solo è stato tradotto all’estero, ma ha vinto anche il primo dei (pochissimi) premi che ho portato a casa con i miei romanzi, il “Franco Fedeli” (i maligni commentarono che i politici sono capaci di ben altro). Luca Crovi disse che da tempo non leggeva un libro talmente disturbante da non avergli fatto chiudere occhio una notte. Credevo parlasse di qualcun altro, invece parlava di me. Riporto lo stralcio di un’intervista di Simona Mammano al dott. Fulvio Frati (psicologo psicoterapeuta e criminologo clinico) sul tema, purtroppo attuale, della pedofilia. Credo sia utile saperne di più. Eccola (è un breve stralcio, il testo completo è molto più lungo)

SIMONA MAMMANO: Ho appena finito di leggere il libro di Piernicola Silvis “Un assassino qualunque”. Il romanzo è un noir che ha per protagonista un uomo di successo che, improvvisamente, si rende conto di essere attratto da scene di violenza su bambini, violenze che portano alla morte della vittima. Dottor Frati, cosa ne pensa del fenomeno della pedofilia nel nostro Paese?

FULVIO FRATI: Si tratta di un fenomeno complesso, a cui per fortuna si sta ormai rivolgendo anche nel nostro Paese parte dell’attenzione che merita. Tuttavia è un argomento che richiede di essere ancora molto approfondito, un po’ anche perché l’opinione pubblica in generale evidenzia di possedere spesso al riguardo molti pregiudizi e poche vere informazioni. Di questi argomenti si deve scrivere e parlare ancora molto, per far capire alla gente che “il mostro” spesso è vicino a noi ed alla nostra quotidianità e che il pedofilo è all’apparenza una persona come tutti gli altri, che riesce a fare quello che vuole proprio perché non lo si distingue e riconosce abbastanza. La più diffusa è la pedofilia intrafamiliare, anche perché più “nascosta” e quindi più difficile da smascherare. La tipologia è quella del maschio adulto convivente non padre naturale della vittima, che abusa dei figli avuti dalla propria attuale convivente nei suoi precedenti matrimoni o dalle sue precedenti relazioni. Da non trascurare è anche l’incidenza del padre naturale che abusa della figlia femmina o delle figlie femmine, e in casi non rarissimi anche del figlio o dei figli maschi. Non infrequenti, anzi al contrario estremamente presenti e pericolosi, sono le figure abusanti legati da vincoli di parentela meno stretti: zii, cugini, cognati ecc.

Con questo chiudo il capitolo dedicato al thriller “maledetto”, “Un assassino qualunque”. L’appuntamento è a martedì prossimo, perché, comunque, il viaggio continua. Besos

IL THRILLER MALEDETTO/4 (SEGUE)

La mia strada era segnata. Grazie a Marilina, nel 2004 continuai a scrivere il romanzo che poi sarebbe diventato “Un assassino qualunque.” Fu un’impresa difficile. Dovetti studiare le perversioni sessuali, approfondendo in particolare la pedofilia. Studiai l’ipnosi regressiva, elaborai le possibili evoluzioni di un giornalista che prima diventa sindaco e poi ministro; cercai di capire come opera uno psichiatra per introdurre il personaggio di Gregor Pozza, che poi ho ripreso in “Storia di una figlia”. Studiai a fondo Amburgo e la oscura zona a luci rosse che la connota. Fu necessario entrare nella testa di un pedofilo assassino, e non fu bello. Il mio carattere empatico mi consente di entrare nei personaggi, ma poi – per fortuna – me ne fa uscire velocemente. Fu anche necessario impazzire per dare una logica a una trama che, a un certo punto, sfuggiva da tutte le parti. Alla fine comunque quel romanzo lo scrissi. Il titolo era “Quell’inutile cielo.” Adesso c’era da pubblicarlo, e se scriverlo era stato difficile, sapevo che pubblicarlo sarebbe stato quasi impossibile. Ma sono un tignoso, dovevo provarci. Lo feci stampare a pagamento e lo inviai a pioggia alle case editrici, ma la risposta di tutte fu ovviamente la più classica: “Il suo romanzo ha ottime potenzialità, ma ci dispiace ecc. ecc. ecc.” “No” da tutte le parti, quindi. Poi il libro finì nelle mani di un collega, Silio Bozzi, che sempre ringrazierò, e questo è stato il primo dei colpi di fortuna che ha connotato la mia “carriera” di autore: Silio ebbe l’idea di mandarlo allo scrittore Marco Vichi, che conosceva. Vichi lo lesse e mi diede dei suggerimenti: il romanzo era grezzo, non avevo mai fatto un solo giorno di corso di scrittura né mai era passato attraverso un editor. Marco però vi colse degli aspetti positivi. Modificai il romanzo seguendo i suoi consigli e glielo rimandai. Per mesi silenzio assoluto, perciò vedevo le mie speranze naufragare, quando una domenica Vichi mi chiama: “La Fazi mi aveva chiesto un thriller da pubblicare. Gliene ho mandati cento, fra cui il tuo. Mi hanno chiamato poco fa, e fra tutti vogliono pubblicare proprio il tuo. Posso dargli il tuo numero di cellulare?” Capito? Fra un centinaio di thriller la Fazi aveva deciso di pubblicare il mio. Da lì cominciò tutto. Viaggi a Roma, l’editing micidiale di Massimiliano Governi e Alessia Polli (fu traumatico, distrussero il romanzo e lo rimontammo insieme, ma fu proprio grazie a quell’editing feroce che capii come diavolo si narra una storia thriller di 300 e più pagine). Cambiai il tiolo e “Quell’inutile cielo” diventò “Un assassino qualunque”. Arrivarono la pubblicazione, i festival, le presentazioni, il premio Franco Fedeli, i contatti con la traduttrice tedesca e quella spagnola, i convegni, le mail dalla Colombia e dall’Inghilterra. Arrivò Alan D. Altieri, grande sceneggiatore e romanziere, poi diventato un caro amico e mio mentore letterario, che volle pubblicare il romanzo nel mensile del Giallo Mondadori, di cui era direttore. Da lì cominciò questa seconda (o terza, o quarta?) vita, e oggi, dopo 15 anni posso dire: “Sono ancora qui.”

Una chicca. Chi conosce Renzo Bruni sicuramente si divertirà a leggere la “nascita” di Antonio Lami in “Un assassino qualunque”. PS: se chi vuole scrivere un libro volesse dei suggerimenti, può scrivermi qui su Facebook o sul sito/blog http://www.piernicolasilvis.com. Ora, però, ecco la prima scena di Lami:

Antonio Lami entrò con il suo solito fare deciso. Aveva quarantatré anni e non era particolarmente alto, ma possedeva un fisico roccioso che lo faceva assomigliare a un antico romano, almeno nel senso in cui gli uomini moderni immaginano dovessero essere gli abitanti dell’antica Roma. Aveva la mascella squadrata e gli occhi piccoli ma espressivi, dolci in alcuni momenti, aspri in altri. La voce era profonda e virile, e le sue labbra, né carnose né sottili, si incastravano perfettamente in quel viso proporzionato e simmetrico. Parlava poco e in modo calmo e studiato, senza gesticolare. I suoi discorsi erano talmente secchi e decisi da sembrare sentenze. Un tempo era stato un giovane idealista, poi era passato a lavorare per la Presidenza del Consiglio. Aveva i capelli brizzolati e corti, ma non di taglio militare.

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