MI CHIAMO RENZO BRUNI

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Salve, mi chiamo Renzo Bruni.

Dirigo la seconda divisione dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Fare il poliziotto era quello che volevo. Il mio lavoro è applicare la legge e cerco di farlo nel migliore dei modi. Non sempre ci riesco, comunque ci provo. Di storie ne ho vissuto molte, e le ho sofferte tutte.

Certe volte mi dicono che sono un uomo di potere. Cazzate. Gli “uomini di potere” non esistono. Se applichi la regola giusta non fai nulla diverso dal tuo lavoro. Se invece non la applichi e decidi in base ai tuoi interessi, commetti un abuso, e questo non è potere: è illegalità.

Ho gestito molte indagini, come ho detto, e negli ultimi tempi me la sono vista con due pezzi di fango di rango stellare. Perché dei tipi come Zio Teddy, uno che ama uccidere bambini e sente le formiche passeggiare nella sua testa malata, e la Lupa, moglie sanguinaria di un boss della mafia garganica, non li trovi in ogni angolo di strada.

Le indagini non le faccio da solo, ovviamente. L’investigatore solitario che risolve tutto è una figura che nella realtà non esiste. Lo SCO ha competenza su tutto il territorio nazionale, e quando sono fuori in questa o quella questura, mi appoggio sempre ai colleghi del posto. Con il tempo, si è però creata una squadra di colleghi con cui spesso ci troviamo a gestire indagini complesse in tutto il Paese.

Passo alle presentazioni.

Laura Virga è la mia vice alla seconda divisione del Servizio Centrale Operativo. Ha il grado di vice questore aggiunto, ed è un funzionario duro e intelligente, capace di passare intere giornate in servizio senza mai abbassare la guardia. È esperta di indagini sui crimini violenti, una materia su cui lavora da anni. Ha qualche anno più di me, molto guardata, e sinceramente non so cosa farei senza di lei, meschina vittima sacrificale dei miei non rari momenti opachi. Massimo Riondino è il mio uomo di fiducia. Rio, come spesso lo chiamo, ha sacrificato la vita personale per il Servizio, non si è sposato e le sue fidanzate, di cui spesso si vanta, in genere non sanno di esserlo. Ma quello che fa al mio fianco lo ricompensa in parte di tutti quei sacrifici. O, almeno, così dice. Comunque, essendo pugliese ha un compito importante: mettermi di buonumore nelle ore in auto che passiamo insieme. Adriano Contu è uno psichiatra e criminologo-profiler, sempre in giro per l’Italia per consulenze alle questure su quanti anni hanno, che mestiere fanno e a quali categorie sociali appartengono personcine raffinate come pedofili, guardoni, rapinatori, estorsori, usurai e altri intellettuali della stessa risma. Un tipo con un invidiabile aplomb, che anche nei momenti difficili riesce a sfoderare un insospettabile humour. Costanzo Carella è un ispettore da poco arrivato al Polo Tuscolano, cioè allo SCO, dalla questura di Foggia. Il suo intuito di sbirro da marciapiede è decisivo nei momenti più difficili. È un foggiano nato nel rione Borgo Croci, con un marcato accento pugliese: impossibile capirlo, quando decide di declamare battute in dialetto. Carella è deciso, curioso come un felino, affidabile e sempre a caccia di chi gli fa i troccoli con la ricotta tosta. Ho il sospetto che cercherebbe un cuoco foggiano anche in missione a Windohek, Namibia. Adriana Barbaro è una psichiatra-profiler, e sostituisce Contu quando, come spesso capita, è lontano. Ed è la dimostrazione vivente che, evidentemente, tutti gli psichiatri criminologi si chiamano “Adriano” o “Adriana”. È una calabrese dura e rigida, capelli castani raccolti in uno chignon, mascella segnata da due rughe appena accennate, occhi azzurri. I suoi paesani, dice, sono gli unici al mondo cui i narcos messicani riconoscano l’appellativo di “don”. Utilissima per supplire ai miei momenti di “Ehi, fermi tutti, ci penso io!”

Per sdrammatizzare, vi dirò che mi piacciono i Pink Floyd. Lo so, non sono l’unico, ma cosa volete, l’amore non ha età e travolge tutto. E mi piacciono le colonne sonore, Fabrizio De andrè e Lucio Battisti. Italiano fino al midollo, vero?

Sono nato a Bergamo, in Lombardia, e sono un figlio degli anni ’70. Mentre Aldo Moro moriva per mano delle Brigate Rosse, io neanche facevo la prima elementare. Il mio nome completo è Gianlorenzo, come Bernini, anche se lui in realtà si chiamava Giovan Lorenzo. Gli amici semplificano le cose e mi chiamano Renzo, e i nemici, che non sono pochi, non mi chiamano affatto o, nel migliore dei casi, mi indicano come il “bastardo” o cose del genere. Sono di una decente famiglia del Nord, anche se da uno studio fatto da un vecchio zio in vena di analisi genealogiche, sembra che il mio cognome derivi da una qualche lontanissima emigrazione dalla Campania, roba di circa tre secoli fa. Non è un caso che spesso mi confondano con Sergio Bruni, e quando succede non manco di ricordare che non canto canzoni napoletane, non foss’altro che per l’accento.

Un certo giorno maledetto, mio padre era al lavoro in un’agenzia di assicurazioni alla periferia di Bergamo. Ero piccolo, e una mattina mi venne voglia di andare con lui nel suo ufficio. Gli dissi che avevo fame e che volevo andare al bar all’angolo. Così uscimmo per andare a mangiare qualcosa, ma in quel preciso momento dei banditi armati di Kalashnikov e fatti di coca irruppero in una banca di fronte e fecero sdraiare i clienti per terra. Per caso passò una Volante e i poliziotti, rendendosi conto di quello che stava succedendo, intervennero e scoppiò un conflitto a fuoco. Io e mio padre ci abbassammo terrorizzati sulle sedie del bar, ma due rapinatori entrarono nel locale dove eravamo noi, fecero alzare mio padre e lo usarono come ostaggio. Uno gli puntò la pistola alla testa e lo portò fuori, e alla vista dell’ostaggio i poliziotti alzarono le armi in segno di tregua. Non si accorsero, però, che alle loro spalle c’era un altro bandito, il palo, che nel frattempo aveva preso la mira. Sparò agli agenti uccidendoli sul colpo, mentre il bandito che teneva sotto tiro mio padre schiacciò il grilletto e gli fece saltare la testa. I rapinatori scapparono, e si scatenò una caccia all’uomo implacabile. Più tardi a un posto di blocco due del gruppo vennero presi, ma uno riuscì a fuggire: l’assassino di papà. Erano della provincia di Padova, ma il killer, lo seppi solo più tardi, non era italiano. Uno di loro disse che con due sbirri in meno il mondo era migliore, poi aggiunse: “Ce ne sono tanti, di impiegati del cazzo in giro. Uno in più, uno in meno, che differenza fa?” Si riferiva a papà. Avevo undici anni. Tutto questo me lo porto dietro ancora oggi. Mio padre mi adorava e io adoravo lui, e non dimenticherò mai come sorrideva quando mi accarezzava, come non dimenticherò il suo corpo nella bara con la benda sulla fronte per coprire la ferita. Non dimenticherò mai quella chiesa e mia madre distrutta che urlava sostenuta dal fratello, mentre teneva per mano mia sorella di sedici anni che si lanciava disperata contro la bara, trattenuta a stento da me e dagli zii. Una scena allucinante. Straziante. E non era un film. Era vita. Vita quotidiana.

Da allora vivo un po’ come se lo avessi ucciso io. Se non fossi andato a trovarlo quel giorno, sarebbe vivo; e se non gli avessi chiesto di andare al bar a mangiare non saremmo usciti, e lui oggi sarebbe un bel vecchio in giro per i giardini pubblici di una fascinosa città lombarda. E invece da anni è sotto terra in una bara imputridita.

È una colpa che mi porterò sempre dietro, quella della morte di mio padre, anche se so bene che giuridicamente non mi si può addebitare nulla. Ovviamente, giurai che prima o poi avrei messo le mani addosso al bandito che lo aveva ucciso, e che quel giorno per lui non sarebbe stato un gran giorno. Insomma, fu allora che nacque in me un fortissimo desiderio di giustizia, che da teorico cominciò a concretizzarsi. A diciotto anni feci di tutto per arruolarmi in polizia e diventai agente, ma contemporaneamente mi iscrissi a Giurisprudenza alla Statale di Milano. Mia sorella Graziella intanto si ammalò di tumore, probabilmente per il trauma della morte di mio padre, dissero i medici. La affidammo a uno dei migliori reparti oncologici del Paese, quello del San Paolo di Milano diretto da Amos Benvenuti, ma non ci fu niente da fare: a vent’anni anche lei ci lasciò. Mia madre soffrì da morire, io stavo male, e il desiderio di giustizia si fece sempre più incalzante. A ventiquattro anni, nonostante il disastro che aveva colpito la mia famiglia, riuscii a laurearmi in legge. Feci il concorso per commissario e lo vinsi, anzi arrivai fra i primi, quindi ebbi la possibilità di scegliere la destinazione. Per restare vicino a mia madre mi feci assegnare alla questura di Bergamo, dove il cognome Bruni purtroppo era noto per la tragedia che aveva colpito la mia famiglia. Andai quasi subito a dirigere la Squadra mobile e lì ne vidi tante, ma fu un’esperienza splendida e ricchissima sotto il profilo umano. A trentadue anni mi innamorai di una mia concittadina, si chiamava e si chiama Daria. Anche lei si innamorò di me. Ci sposammo e dopo un po’ mi chiamarono al Servizio, a Roma. E andai. Tempo qualche anno, diventai primo dirigente. Daria mi seguì ma subito dopo il trasferimento cominciarono i problemi, cose di cui non mi va di parlare, ma che in qualche modo si aggiustarono, almeno temporaneamente. Mi buttai a capofitto nel lavoro. La vita nello SCO mi portava in giro per l’Italia, ma questo andazzo cominciò a snervare mia moglie. Il suo ego cominciò a cedere, ebbe una relazione con un collega e chiese la separazione. Non aveva torto ma pensavo, e continuo a pensare, che se una donna ti vuole davvero bene resta con te qualunque cosa succeda. Evidentemente Daria non è quel tipo di donna. Dopo qualche mese, però, si stanca del suo amante e lo lascia, così alla fine siamo rimasti insieme. Ma è un rapporto malato, scricchiola, così la Polizia e il Servizio sono diventati buona parte di quello che ho di più caro nella vita. Vorrei la Daria di una volta, ma so che non la avrò più. Se le voglio bene nonostante tutto? La risposta è sì, e per vario tempo ho creduto di esserne ancora innamorato. Ci si innamora sempre di chi fugge, no? E poi c’è Carletto, nostro figlio.

Non ho difetti? Ne ho tanti, invece. Sono disordinato, la mattina non sono di quelli che hanno la sveglia automatica alle cinque e mezzo, ma tirerei fino alle undici, se fosse possibile. Alle volte sono nervoso e cupo, permaloso come un orso, dicono, e qualche trasgressione non manca. Ma queste sono cose mie, che magari scoprirete nascoste fra le pieghe delle mie storie.

Ecco, poi arrivo a questo punto e mi accorgo che, se continuassi a raccontare di me, rovinerei qualcosa.

Perché il resto è tutta storia di oggi.

 

Renzo